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Virtuosi nelle città, barbari nella natura

Virtuosi nelle città, barbari nella natura

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Siamo tutti d’accordo, o così pare
Gli scienziati ci dicono che il cambio climatico esiste, da anni. Forniscono dati, ricerche, hanno evidenze empiriche e studi di caso che lo dimostrano ampiamente.
Iniziano a convincersi i non esperti e i non addetti ai lavori: anche gli scettici, i complottisti, ammettono che i ghiacciai scivolano a valle, i mari si alzano e le foreste che bruciano producono un danno ambientale per tutti.
Anche gli adulti competenti, quelli che faticano a comprendere il linguaggio della giovane Greta, quelli che pensano che sia meglio stare a lezione e chiamare a discutere uno scienziato e un esperto di clima, anche loro cominciano a nutrire qualche dubbio: magari non sarà tutta colpa del capitalismo o del carbone ma forse il nostro sistema economico ha impatti che il pianeta non riesce più a sostenere.
Siamo tutti d’accordo.

 

L’antropocene e la nuova questione ecologica

È la prima volta che nella storia di questo pianeta che il suolo, il sottosuolo e la cappa atmosferica sono modificati da inedite composizioni chimiche, fisiche e biologiche. Già negli anni Ottanta un gruppo di studiosi ha definito questa nuova era geologica come  l’Antropocene (il termine è stato introdotto dal biologo Eugene Stoermer e poi adottato nel 2000 dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen), l’epoca in cui le principali trasformazioni del mondo sono attribuibili all’essere umano, che con strumenti, modi e intensità non paragonabili alle generazioni precedenti, sta alterando equilibri e destini.

Siamo dunque tutti d’accordo. Ma su cosa – esattamente – siamo d’accordo?

Sulla necessità di ridurre l’uso della plastica? Sulla convenienza dell’auto elettrica? Ma l’energia per le auto da dove le prendiamo? Dalle centrali a carbone? Sappiamo che la plastica che Roma spedisce in Scandinavia diventerà energia pulita, ma cosa ne sappiamo di quella che finisce in Malasya? Dobbiamo trovare una logica in questa impellente necessità ecologica.

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1° Paradosso

Le città come laboratori ecologici

Una logica che deve fare i conti con alcuni stereotipi che la questione ambientale porta con sé.

In primo luogo, possiamo modificare il nostro modo di guardare alle città, e in particolare, alle grandi città del mondo. È qui infatti che ci possiamo misurare con la disfatta, con gli errori del passato, con edifici e comportamenti dissipativi di risorse o possiamo agire una discontinuità profonda con il passato, trasformandole in laboratori di cambiamento effettivo. Le città consumano il 75% delle risorse naturali e sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni globali di CO2 che, insieme a quelle di metano e di altri gas serra, determinano il surriscaldamento globale del pianeta, e da qui dipendono altre conseguenze planetarie, come lo scioglimento dei ghiacciai, la perdita di biodiversità e l’innalzamento crescente del livello degli oceani.

D’altro canto, è nelle grandi città, proprio per la particolare concentrazione di capitali, capacità, tecnologie e istituzioni che si possono intercettare le risorse per le soluzioni più innovative in risposta a tali fenomeni. È proprio questa intrinseca contraddizione che rende le città il luogo più sensato dove oggi andare a capire come gira il mondo, dove le tensioni, i cambiamenti e le trasformazioni sono più evidenti ed accelerate. Perché la ricchezza culturale non nasce dalla purezza, dall’omogeneità, dalla somiglianza ma dalla mescolanza e dalla biodiversità. È il plurale, il molteplice alla base del significato stesso di ecosistema che produce la vita e la sua continua rigenerazione. È l’apertura e il grado di differenziazione di un sistema che lo fa crescere. È la biodiversità che gli consente di reagire alle crisi e trasformarsi in altro. È solo nella dimensione del molteplice che è possibile superare le cerchie di legami forti e predeterminati.

La biodiversità delle provenienze, delle competenze, delle cerchie di partenza. Così accade in natura, così accade nelle città, come abbiamo descritto nel libro Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo, Giunti, 2019.

Un libro pieno di progetti che hanno la capacità di fare convivere in armonia le differenze, di valorizzare l’energia di una comunità, trasformando le emozioni in comportamenti, il gioco in progetto come nelle piazze che si allagano a Rotterdam o nel termovalorizzatore di Copenhagen sul cui tetto si può sciare.

 

2° Paradosso

Il grande scempio dei territori senza nome

In secondo luogo dobbiamo cominciare a guardare nei territori in ombra, quelli senza nome e senza mappa. La crisi climatica è una crisi planetaria dove tutto è in relazione con tutto, dove le scelte dei paesi ricchi sono a loro volta condizionate da quelle dei paesi emergenti, dove possiamo ripensare la relazione tra urbano e territorio, tra nord e sud, tra urbanizzato e non urbanizzato.

L’America latina, la terra del “pensiero di frontiera” ci mostra nelle sue tensioni evidenti e senza mediazioni, le zone d’ombra su cui cominciare a posare lo sguardo.

A differenza dell’Europa in cui ogni regione è comunque profondamente intessuta della presenza antropica, dai segni tessuti scolpiti da civiltà millenarie, in America Latina ambiente naturale e urbano sono ancora ben delineate, con ampie regioni ancora vergini: accanto alle più grandi metropoli del pianeta abbiamo sconfinate aree che solo l’immaginazione può aiutare a localizzare.

Impossibile ricorrere a Google Maps per cercare Macondo: non esiste, se non nella fervida immaginazione del realismo magico di Gabriel Garcia Marquez. Macondo è uno stato dell’anima, nella novella Cent’anni di solitudine. Un luogo sperduto nella regione più sperduta (più green) della Colombia tropicale, dove “le cose erano così recenti che per nominarle bisognava indicarle con un dito”.

Oggi, “le cose che non hanno nome” – e quindi i luoghi senza nome – non suscitano più in noi il richiamo della natura e dell’esotico, ma una nuova inquietudine: cosa sta accadendo nei luoghi dove nessuno vede? Dove nessuno racconta o dove non può raccontare? Nei luoghi che nessuno abita?

Le foreste amazzoniche, gli altopiani andini, la Patagonia, le regioni del Venezuela ricche di quel materiale tanto utile per costruire cellulari e robot, la vergine Groenlandia, la sconosciuta Siberia, i laghi dell’Africa; come anche le cave abbandonate della periferia di Caserta, i laghetti artificiali della Brianza, gli sterri dietro le case che improvvisamente diventano discariche, le fabbriche abbandonate.

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Oggi la grande distruzione comincia dai luoghi dove le persone non vivono, dove sopravvivono in piccole comunità agricole, scambi asimmetrici di energia tossica che sotterra chimiche aliene alla natura, che estirpa minerali e che fagocita materiale biologico in immense distese del nostro pianeta, rigenerando il tutto in nuovi cicli e transazioni finanziarie.

È dei territori senza nome e senza mappe che dovremo tornare ad occuparci e preoccuparci. È lì che il capitalismo sta mostrando indisturbato il suo volto più terribile, dove il territorio è piattaforma amorfa da depredare, impoverire, distruggere senza ritegno.

Non è un caso che proprio l’America Latina sia il continente che ha conosciuto il più accelerato processo di urbanizzazione o, se vogliamo leggerlo al contrario, il più accelerato processo di svuotamento dalle campagne e dai territori dove non c’è nulla.

Allora il problema non è solo ecologico, ma investe gli stili di vita, gli aspetti sociali e la stessa proprietà dei beni, delle terre e delle acque, dei minerali: è quindi un problema di giustizia. E non è un caso che papa Bergoglio di fronte alla domanda se la sua enciclica  “Laudato Sii” debba essere intesa come un’enciclica green ha fermamente risposto: “Non è un’enciclica verde. No, perché è un’enciclica sociale”. E all’ulteriore domanda su quale fosse stata la scintilla ispiratrice di tale enciclica ha confidato: “Quando attraversai la terra dei fuochi, nell’Italia meridionale”. La spia visibile è ancora una volta una questione ambientale, ma sotto quei fuochi cova ben altro: ingiustizia, corruzione, male sociale.

Proprio per questo ha grande valenza culturale il Sinodo Pan-amazzonico organizzato nelle scorse settimane da papa Francesco (6-27 ottobre 2019) costituito per la gran parte da rappresenti di quei territori remoti. Viene dalla periferia depredata, l’Amazzonia, la voce che parla al centro: racconta l’emergenza ambientale ed ecologica dove più è negata e nascosta e dove restano solo piccole comunità indigene sempre più impoverite e private delle loro risorse naturali, a raccontarne l’esistenza.

Quello che accade là ha molto a che fare con la nostra vita qua. Nessun progetto ecologico pur radicale, che investa le grandi città, può trascurare la stretta connessione con quello che accade nei territori senza un nome.

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Edward-Burtynsky-Coal-Mine-1-North-Rhine-Westphalia-Germany-2015-©-Edward-Burtynsky.-Courtesy-Admira-Photography-Milano-Nicholas-Metivier-Gallery-Toronto

 

Le immagini sono tratte dal documentario Anthropocene – The Human Epoch (2019) di Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier

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