Urbanistica e reggaeton

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Per capire come progettare spazi pubblici in città, dovremmo ascoltare tutti Despacito. Lo leggo su un blog messicano, incappando in un post che parla del “reggaeton che fa buona urbanistica”. Lo stile musicale nato a Puerto Rico, mescolando reggae, hip hop e ritmi caraibici, non è soltanto in grado di far ballare mezzo mondo con il suo ritmo inconfondibile: nei video delle sue canzoni infatti passano messaggi degni di un manuale di architettura.

Basta guardare proprio il video di Despacito, il tormentone dell’anno, ambientato per metà nelle vie di Puerto Rico. Luis Fonsi e Daddy Yankee cantano in mezzo alla strada, mentre ai lati gli abitanti del quartiere li accompagnano, ballano e si seducono, oppure continuano indifferentemente la propria vita bevendo giocando a domino. Meglio ancora fanno Marc Anthony e Gente de Zona in La gozadera: un’auto guasta, che blocca il traffico, è il pretesto per dar vita ad un ballo collettivo per strada. Le auto insomma servono solo per ballarci sopra, iniziando una festa improvvisata e chiamando a raccolta quanti stanno intorno a guardare. Con Mi gente, J Balvin mostra orgogliosamente come sa ballare la gente di Medellin facendola esibire in diversi spazi della città; se non bastasse, c’è anche spazio per la mobilità sostenibile: Shakira e Carlos Vives cantano La bicicleta proprio mentre pedalano per le strade di Barranquilla.

 

Il reggaeton mostra quelle idee che Jane Jacobs, Kevin Lynch e Jan Gehl hanno portato avanti con tanta fortuna nei propri libri: gli spazi della città devono essere spazi per la gente. Strade in cui sia possibile fermarsi, dialogare, o addirittura dare vita a feste improvvisate a cui partecipa un intero quartiere; strade in cui le auto non dominino incontrastate, ma riescano a convivere con altri usi e popolazioni – anche diventando dei palchi di fortuna, se necessario. Ancora più importante è ciò che queste pratiche di uso dello spazio esprimono, almeno in potenza. Lo spazio urbano infatti, proprio con lo spazio dei marciapiedi, offre secondo Jane Jacobs le condizioni che possono garantire la sicurezza di chi le abita e il contatto tra le molteplici diversità che abitano la città, diventando un supporto fondamentale per la costruzione di una dimensione comunitaria.

Potremmo spingerci ancora più in là citando anche Henri Lefebvre: appropriarsi di uno spazio è usarlo fino a cambiarne forme, funzioni e strutture. Il diritto alla città da lui definito consiste infatti nella possibilità che, in virtù del loro destino comune, i cittadini si approprino dello spazio urbano per superare la dimensione alienata della vita quotidiana: facendolo proprio con la festa, che è l’opposto della quotidianità.

 

Dovremmo forse insegnare il reggaeton nelle scuole di architettura, insieme alla sociologia urbana e al disegno degli spazi pubblici? Probabilmente no. I messaggi che dominano le canzoni del reggaeton sono altri e sono deprecabili, specialmente quando inneggiano alla vita violenta del piccolo criminale e celebrano le donne come semplici oggetti. Inoltre, la realtà dei quartieri scelti come location dei video vede dinamiche di povertà urbana e segregazione sociale ben più profonde della festa apparente mostrata nei pochi minuti di una canzone.

Potremmo cercare almeno i segnali che, anche alle nostre latitudini, mostrano modi simili di usare lo spazio urbano, modi che si appropriano della città proprio con la musica, il ballo, la festa. Penso a Milano, dove gruppi peruviani si trovano a provare i propri balli tipici nell’immenso e vuoto mezzanino della metropolitana, a Porta Venezia; oppure alle crew di ragazzi che ripetono le proprie coreografie ai margini di piazza Gae Aulenti. E al tempo stesso penso agli scandinavi hygge e lagom, tanto di moda, che predicano una sobrietà tranquilla da vivere al riparo della propria casa. Forse esiste un modo più aperto di vivere lo spazio urbano. E per sostenerlo, anche il reggaeton è un improbabile ma valido alleato.

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