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Underworld. Capire le città attraverso le fogne, l’ultima invenzione di Carlo Ratti (MIT)

Underworld. Capire le città attraverso le fogne, l’ultima invenzione di Carlo Ratti (MIT)

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A Carlo Ratti invidiamo due qualità: non fermarsi mai di fronte al principio di realtà, la realtà si cambia immaginandone una diversa. Il gusto di annunciare una ricerca – premesse, requisiti, metodo, risultati e possibili effetti – prima ancora di averla condotta. Sì, perché la ricerca oggi, soprattutto in questi campi ibridi e di frontiera tra scienze, tecnologie, vita quotidiana, ha molto più a che fare con la comunicazione e con il cambiamento degli immaginari che con la plausibilità dei risultati scientifici. Underworld, mappatura dei batteri umani nelle fogne delle città, promossa dal Senseable CityLab da lui diretto al Mit di Boston, è in questo senso la ricerca perfetta. Il fine della ricerca è chiaro: poter conoscere, valutare, comparare il “microbioma” delle città monitorando la vita delle fognature. Una conoscenza che potrebbe aiutare a prevenire malattie, epidemie a controllare l’obesità o altre malattie da comportamenti sociali. Le acque reflue, così come l’aria, il nostro suolo, gli alimenti, contengono, infatti, moltissime informazioni su di noi e sulla nostra salute e il loro studio potrebbe rivelarsi molto promettente. Potrebbe.

Ci siamo calati nel sottosuolo: è stato molto divertente nonostante tutto. Abbiamo raccolto dei campioni di liquido per analizzarli e vedere se le informazioni che trovavamo potevano diventare dei dati utili”, commenta Carlo Ratti sulle pagine di Repubblica (Riccardo Luna, 28 febbraio 2016).

La ricerca ha premesse geniali, il team interdisciplinare è convincente, il Mit è il posto giusto dove intrecciare analisi batteriologiche ed epidemiologiche con letture di tipo statistico e di modellizzazione dei risultati, con altre ancora di taglio urbanistico. Lo sponsor, il Kuwait-Mit Center for Natural Resources and the Environment, garantirà il massimo sostegno alla ricerca.og_img

 

Se le premesse sono stimolanti, qualche dubbio mi rimane. Ora bisognerà capire come impiegare l’enormità dei dati, come operare di fronte all’incongruità dei risultati, capire come usare i risultati e se essi sono davvero discriminanti. Solo alla fine si potrà dire se sapere tutto sui batteri umani delle fogne di Boston o di Milano o di Kuwait city varrà più di un racconto ben documentato dei pediatri locali (che utilizzi il vecchio metodo del paradigma indiziario) o di un’indagine campione in alcuni ospedali. Certamente, vale la pena provarci.

È possibile che le ricerche che siamo in grado oggi di immaginare nel giro di pochi anni saranno alla portata dei ricercatori e credo che la capacità immaginifica di Carlo sia cruciale per liberare analisi e progetti sulle città dai lacci e dalle costrizioni del passato. Ma sono convinta che il futuro – radioso e digitale che ci attende – avrà bisogno anche dell’arte del dubbio, della prova ed errore, di fare ipotesi e poi tornare indietro, di riconoscere che non tutto quello che oggi possiamo fare ci serve e che talvolta ci sono strade più brevi per arrivare al risultato di quelle che abbiamo imboccato, che una innovazione non è mai importante in sé ma solo se cambia qualcosa nella vita delle persone. Il bello (e la fatica) della scienza.

 

Immagini | underworlds.mit.edu

 

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