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Tutti a leggere il libro che non c’è di Rem Koolhaas

Tutti a leggere il libro che non c’è di Rem Koolhaas

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Rem Koolhaas ha scritto un libro misterioso. Come in un racconto di Borges, c’è un libro che non si sa davvero se esista. Al contrario di un racconto di Borges, non si parla di un luogo inventato, ma di una città reale: è Lagos, Nigeria. La fama del presunto autore, l’originalità del tema e la misteriosità del libro continuano ad alimentare la curiosità intorno al lavoro di Koolhaas su Lagos, tanto che professori e studenti sparsi in tutto il mondo continuano a sostenere di aver sbirciato il libro. Ma chi siamo noi per credere ad oscuri studentelli e non al premio Pritzker Rem Koolhaas?

Sulle tracce di un libro mai pubblicato

Koolhaas comincia a studiare Lagos nel 1998. Con l’intuito del giornalista diventato architetto, sceglie la città nigeriana come esempio di metropoli in rapidissima crescita e inizia a studiarla insieme all’Harvard Project on the City, cercando di spiegare i fenomeni di trasformazione urbana in corso. Lo seguono dodici studenti di Harvard, novelli apostoli incaricati di studiare ciascuno uno specifico aspetto della città sotto la guida di studenti del posto. Il lavoro di ricerca porta a diverse pubblicazioni. Koolhaas parla di Lagos in Mutations (2000) e in Content (2004), oltre che nel documentario Lagos Wide & Close – An Interactive Journey into an Exploding City, girato nel 2001 ma reso disponibile su internet dal 2014. Taschen pubblica un piccolo scritto di Koolhaas su Lagos nel 2006, un testo già oggi introvabile. Dopo alcuni anni, nel 2010, ricompare a Venezia in forma estesa. Durante la Biennale di Architettura, Cronocaos, l’installazione curata da OMA, presenta un libro di 150 pagine dedicato a Lagos. Con un mix di testi, mappe e fotografie, il testo mescola architettura e antropologia, presentandosi dentro una copertina di tela degna di un Baedeker di altri tempi.

Dopo Venezia, il nulla. Continuano ad inseguirsi i riferimenti ad un volume molto più esteso che sarebbe in corso di pubblicazione. Si intitolerebbe Lagos: How it works e conterebbe oltre 800 pagine. Amazon lo ha in catalogo, ma indica che non è disponibile. La biblioteca di Harvard ne avrebbe quattro copie, prenotate ma in realtà mai consegnate. Alcuni forum ne confermano l’esistenza e rimandano agli studenti coinvolti nel progetto, nella speranza che possano avere qualche informazione in più. E si dice che una versione di prova del testo, pressochè completa, circoli sottobanco grazie al semplice passaparola tra professori e studenti.

 

Segni di riconoscimento

Lagos: How it works avrebbe già un’articolazione dei contenuti già chiara ma non rifinita per la pubblicazione. In più parti, i testi non sono impaginati secondo la gabbia del libro, mentre in diversi casi abbondano i lorem ipsum che sostituiscono i testi definitivi. Una nota iniziale indica l’uscita del volume in corrispondenza della mostra Lagos, ospitata dalla Biennale di Venezia tra 2006 e 2007. Evidentemente qualcosa non ha funzionato, se, nonostante il livello avanzato di preparazione, il libro non è mai stato dato alle stampe. Anche la descrizione del documentario Lagos Wide & Close riporta che il volume non è ancora stato pubblicato, anche se la messa online di quello che avrebbe dovuto essere un dvd allegato a Lagos: How it works lascia poche speranze per una futura pubblicazione.

Non basta però sapere che Rem Koolhaas ha estesamente studiato Lagos per essere sicuri della paternità del libro in questione. Le 800 pagine di Lagos: How it works sono davvero opera dell’architetto olandese? Un primo segno di riconoscimento sembrano proprio le dimensioni del libro. Dalle oltre 1300 pagine di S,M,L,XL in giù, l’opera scritta di Koolhaas è sempre stata in linea con la bigness da lui teorizzata. Un secondo segnale invece è la ricchezza dei materiali usati. Mescolando architettura e antropologia, il libro tiene insieme foto aree e grafici sull’andamento del Naira, rappresentazioni dei tessuti urbani e ritagli dedicati a Miss Nigeria, vecchi piani di sviluppo e foto dei locali billboard pubblicitari. Per scoprire come funziona la città, le molteplici forme che assume la vita di tutti i giorni sono importanti tanto quanto i grandi progetti di architettura o le dinamiche socio-economiche dell’Africa subsahariana. Ed è proprio da questo aspetto che emerge la lettura di Lagos come città generica, secondo la più tipica interpretazione di Rem Koolhaas – forse il vero segno rivelatore dell’autenticità di ciò che stiamo leggendo.

 

Atterrando a Lagos 

La natura generica di Lagos viene esplorata con un graduale avvicinamento alla città. Nei primi capitoli del volume, le prime impressioni sulla città vengono ancorate alla base oggettiva di mappe politiche e trend evolutivi. Subito dopo, inizia il racconto vero e proprio di Lagos. Un’analisi storica ripercorre la lunga fase coloniale, lo sviluppo moderno di metà Novecento, l’abbandono negli ultimi vent’anni del secolo e la gentrification con cui Lagos è entrata nel terzo millennio. La seconda metà del libro racconta nel dettaglio gli ultimi quarant’anni di vita della città. La fase moderna arriva fino agli anni Settanta, con lo sviluppo spinto dall’industria petrolifera e la vivacità culturale del movimento panafricano. Gli anni Ottanta vedono la crisi di una città che al tempo stesso sta come rinascendo grazie all’informalità, come dimostra l’enorme mercato di Alaba dedicato all’elettronica – che, in modo del tutto informale, ospita il 75% del mercato elettronico dell’Africa occidentale. Negli ultimi vent’anni invece la città ritorna a crescere, sulla spinta di presenze spesso conflittuali o ambigue – come speculazioni edilizie, investimenti delle giunte militari, fenomeni di gentrificazione e anche lo sviluppo della locale Nollywood. La tumultuosa crescita di Lagos è raccontata con la già accennata ricchezza di fonti, a cui si aggiungono i saggi fotografici nell’ultimo capitolo del volume.

Per avere un’idea di cosa racconti il volume, bastano alcune delle parole dall’intervista a Koolhaas con cui si conclude il libro. Secondo Koolhaas, Lagos è un mistero sempre più intenso: è una città che il petrolio ha reso molto ricca, ma in cui allo stesso tempo la popolazione è molto povera. Paradossalmente, è una città senza scelta, ma dove sono infiniti i modi di articolare questa condizione di non scelta. È l’esatto contrario di New York, dove prevale un senso di infinita libertà di scelta, confinata però ad un ventaglio di opzioni molto convenzionale. Il paradosso di Lagos si riflette nel modo incontrollato in cui la città è cresciuta, con vastissimi sistemi informali di sopravvivenza aggrappati alle infrastrutture del boom nigeriano degli anni Settanta. Koolhaas sceglie di investigare in particolare il ruolo che l’architettura gioca in un processo di crescita incontrollato e ineguale. L’architettura infatti sembra incapace di agire al di fuori di accordi finanziari, mentre la maggior parte dei progetti di sviluppo urbano creano uno squilibrio di opportunità tra aree già ricche e zone della città sempre più povere.

 

Lagos città generica

Secondo Koolhaas, la città generica non è altro che un riflesso dei bisogni e delle abilità del presente. È la città senza storia, grande abbastanza per tutti, che semplicemente si espande se diventa troppo piccola o si distrugge e rinnova quando diventa troppo vecchia. La città che vive in un continuo presente non ha legami con le identità o le tradizioni di un luogo, ma riesce ad affrontare i propri bisogni mettendo in gioco un’intelligenza immediata. Lagos rientra perfettamente in questa definizione. Anzi, se si dovesse riassumere il libro in due aggettivi, Lagos è una città generica e immediata. Una città che rende possibile improvvisare le mille strategie di sopravvivenza che la sua popolazione mette in campo ogni giorno, usando infrastrutture nate per modernizzare la città come punto di appoggio per pratiche multiformi. Una città in cui si stratificano modi tanto ricchi di vivere lo spazio suggerisce un doppio sguardo, secondo Koolhaas: il primo, più distante, si concentra sulla visione d’insieme data da tessuti e forme; il secondo, più ravvicinato, guarda invece alle singole vite e alle molteplici forme di autoorganizzazione che mettono in campo.

In questo senso, Lagos è una città generica che prefigura ciò che anche la tradizionale città europea è destinata a diventare. L’impianto della città riflette i principi della pianificazione moderna, ma è diventato lo scheletro di uno sviluppo disordinato in cui si alternano la disperazione delle disuguaglianze e le speranze degli adattamenti informali. L’apparente caos di una crescita sregolata spinta dalla globalizzazione convive quindi con infinite tattiche di autoorganizzazione. Questa osservazione sembra lo specifico contributo che Lagos fornisce al più ampio ritratto della città generica tratteggiato da Koolhaas a livello mondiale. Lagos: How it works si aggiunge infatti alle descrizioni di New York, Singapore, del Delta del Fiume delle Perle e del Golfo Persico, tutti casi di città generiche che stanno ripensando se stesse e al tempo stesso modificano un mondo semrpe più urbanizzato. Lagos contribuisce a questo ritratto da una prospettiva differente, quella della città in crescita eppure povera. E allo stesso tempo dà un nuovo significato alla pianificazione urbana. Apparentemente, sembrerebbe che il caos della città informale ne dimostri l’inutilità. Invece, lo studio di Lagos mette in evidenza una sottile e strana interdipendenza tra formalità e informalità, con molteplici forme di autoorganizzazione che per poter esistere si appoggiano alla struttura della città disegnata dai piani. La natura generica della città contemporanea e le possibilità di intervento di architetti e pianificatori assumono così un significato diverso rispetto a quello di altri scritti di Koolhaas.

 

Lo sguardo su una città nuova

Koolhaas ammette che il suo sguardo su Lagos è lo sguardo di uno scrittore, con la libertà e la soggettività che ne consegue. È uno sguardo in cerca di un modo nuovo di guardare una città nuova, completamente diversa rispetto ai modelli occidentali. Ed è uno sguardo costretto a rimanere spaesato, di fronte ad una città poco studiata e difficile da conoscere per quanti non la abitano con continuità. Lo dimostrano anche alcuni scrittori di punta, come Teju Cole, in Ogni giorno è per il ladro, o Chimamanda Ngozi Adichie, in Americanah. La loro esperienza metà americana metà nigeriana si avvicina allo spaesamento occidentale, che riconosce un luogo ma a causa della lontananza sa di non poterne essere completamente parte.

Lo sguardo di Koolhaas su Lagos sembra comunque interessante per tre motivi. Un architetto di grido (e teorico spregiudicato) sceglie di concentrare la propria attenzione su un tema poco patinato e poco trattato come la città africana. La racconta a suo modo, con una molteplicità di materiali che rende bene il caos apparente della metropoli nigeriana; ma riesce a far fermare lo sguardo su una realtà urbana che, come detto nel libro, spesso respinge a causa della confusione e della paura. In più, Lagos: How it works apre uno spiraglio sull’esperienza urbana africana, che necessariamente condiziona anche l’esperienza della città occidentale di quanti vi arrivano sull’onda delle migrazioni. Inoltre, lo sguardo su Lagos ridesta in Koolhaas una nuova speranza sul ruolo che architettura e pianificazione possono giocare nel garantire migliori opportunità a quanti abitano all’interno di città fortemente diseguali.

In un’intervista, Koolhaas promette di tornare Lagos, città di cui si è innamorato. Chissà se il nuovo ritorno corrisponderà ad un nuovo libro, stavolta davvero reale.

 

 

Il libro Lagos, presentato alla Biennale di Venezia 2010: http://www.gizmoweb.org/wp-content/uploads/2011/01/rk-lagos-1.pdf e un articolo di commento: http://www.gizmoweb.org/2011/01/leggere-lagos-alla-biennale-di-venezia/

Il documentario Lagos Wide & Close – An Interactive Journey into an Exploding City: http://lagos.submarinechannel.com/

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