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Tra le parole e le cose. La retorica e l’architettura

Tra le parole e le cose. La retorica e l’architettura

Le cose comunicano, raccontano storie, producono significati. Si potrebbe dire, parafrasando Jacques Séguelà, che creandole abbiamo dato loro il dono della parola. Anche gli oggetti più banali – è stato calcolato che ciascuno di noi vive attorniato da circa 10.000 oggetti personali – ci parlano, ci dicono chi siamo, ci ricordano chi vorremmo essere, ci persuadono di essere qualcuno, parlano di noi agli altri. Le cose hanno una vita propria, suscitano emozioni, nostalgie, volizioni.

Così l’architettura, nelle sue più varie espressioni – dal design alla progettazione dello spazio – usa un proprio linguaggio. Per lungo tempo le città e i paesaggi sono stati costruiti con un codice di comunicazione comprensibile a tutti, condiviso e carico di senso, in grado di fornire a ciascuno un’immagine viva della propria appartenenza, come è stato per l’Europa dal Medioevo all’inizio del Novecento. Pensiamo agli elementi di questa grammatica forgiata sui manufatti. Una porta è una porta, un campanile è un campanile, una sedia è una sedia, un filare è un filare. Ma tutti comprendiamo quanti significati queste cose abbiano cucite nella pelle, quanti rimandi accendano nelle nostre teste.

Oggi più frequentemente il linguaggio espressivo dell’architettura è proteso a spiazzare e a persuadere. L’indecifrabilità delle forme e delle funzioni, la smaterializzazione degli edifici, la ricerca della leggerezza e dell’effimero hanno l’intento di colpire l’attenzione e di sedurre, proponendo esercizi di pura retorica: la forma per la forma. E spesso suscitano spaesamento. Quell’edificio è una chiesa o un supermercato?

L’architettura è arte retorica perché vive di metafore, di allegorie, di allusioni. L’architetto Giancarlo De Carlo diceva che compito dell’architettura è fare volare aquiloni, producendo con la forza della parola immagini, sogni, proiezioni al futuro. Immagini che precedono ogni atto costruttivo e in qualche modo lo trascendono. Oggi di questa produzione di parole si fa ampio uso: le città si riempiono di boschi verticali, di isole ambientali, di biblioteche degli alberi, di ville urbane, di oggetti intelligenti e pensanti, di luoghi verdi, di metafore scientifiche, naturali, biologiche (dall’alveare al nido). Non sempre esiste una relazione stretta tra le parole e le cose. Sempre – nel tempo della comunicazione – prevalgono le parole sulle cose.

Saperle leggere e capire appare quanto mai necessario. Siamo, infatti, pieni di parole che nominano oggetti, di nomi che evocano luoghi, di architetture saccenti ma in fondo c’è un grande vuoto di  parole intorno all’architettura. Lo riempiono critici, giornalisti e osservatori sociali sulle riviste più patinate. Vetrina selettiva e addetta ai cultori del mestiere. Eppure poche cose come l’architettura fanno parte dell’esperienza concreta di tutti e – nel bene e nel male – condizionano la nostra vita.

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