Giardinieri planetari. Istruzioni per l’uso

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La signora Giada Turrini e suo marito Alfonso Lazzaro Gesualdi vivono nel quartiere Forlanini, poche fermate in autobus da Rogoredo, al pian terreno di un condominio recentissimo, con pochi abitanti, ora come ora quasi tutti in vacanza. È una zona tranquilla, senza troppi rumori, e se si alza il vento pioppi e i carpini fanno un concerto di fruscii insieme agli uccelli. Fuori dalla cucina hanno un giardino su strada e a proteggerli da sguardi una siepe di Rhynchospermum jasminoides – il famoso falso gelsomino, quello che arricchisce di fiori bianchi e profumo le estati mediterranee – invecchiata per le potature sbagliate. Il giardino si attraversa con poche lunghe falcate, è rettangolare e molto semplice: qualche vasetto di piante da utilizzare in cucina, un rigoglioso prato verde scuro, un verde zuppo di acqua che occupa tutta la superficie.

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Quanti alberi ci sono nella tua città? Te lo dice Treepedia

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I ricercatori del MIT, in collaborazione con il World Economic Forum, lanciano TREEPEDIA, una nuova piattaforma che utilizza dati rilevati tramite Google Street View per misurare e confrontare la quantità di piante nelle città di tutto il mondo permettendo agli abitanti di ogni città di identificare visivamente la posizione e le dimensioni degli alberi all’interno dello spazio urbano.

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Le code stradali sono patrimonio dell’umanità: contro il traffico, il Belgio usa l’ironia

Contro il traffico serve anche l’ironia. Così il Belgio, paese piatto con qualche crisi d’identità, ha proposto di tutelare le proprie code stradali come Patrimonio dell’Umanità, riconosciuto dall’Unesco. L’iniziativa sembra seria: sul sito fiersdenosfiles.be (o, per chi vuole avventurarsi nel fiammingo, fileszijnerfgoed.be), un curatissimo video racconta la bellezza del traffico belga. Read More

I Maestri del Paesaggio – Bergamo

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Sedici giorni interamente dedicati a natura e bellezza il cui fil rouge, in linea con il tema di Expo Milano 2015, è “Feeding Landscape. Le colture agrarie fanno paesaggio”, espressione del legame indissolubile tra uomo e territorio, recupero di un passato contadino, ricco di fascino e tradizioni che dalla terra giungono alla tavola.Read More

Le porte della città araba sono strette

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Oggi le città arabe sembrano più lontane che mai, con i loro nomi di sogno – Cairo, Tripoli, Damasco – sempre più associati a cronache di guerra e terrorismo. Rara eccezione, il Marocco: ancora visitabile, nonostante la paura che ne ha allontanato il turismo di massa. Se il Marocco dà anche solo un assaggio di ciò che sono le città arabe, quello che vediamo sull’altra riva del Mediterraneo, come in uno specchio, sono luoghi che appaiono simili e al tempo stesso del tutto diversi dalle nostre città. In città come Fes, Meknes e Marrakech, a cambiare sono soprattutto i luoghi che tradizionalmente ospitano la vita pubblica.

A differenza della città europea, dove l’incontro è pensato in grandi spazi pubblici come le piazze, in Marocco l’architettura della città araba sembra aver trovato la soluzione opposta. Nei nuclei storici o subito fuori dalle loro mura, le grandi piazze sono rare e danno l’idea di doverne fuggire al più presto, per non restare in balia del sole o di venditori agguerriti. Già i suk, gli infiniti mercati stipati di qualunque merce, si sviluppano in modo più raccolto, per chilometri di strade strette e riparate dal sole. Ma nelle più antiche città del Marocco, i veri spazi di incontro si aprono oltre strette porte a sesto acuto.

Lo spazio di incontro per eccellenza sembra lo spazio della religione, con moschee tanto chiuse all’esterno quanto accoglienti una volta superate le barriere di ingresso. L’entrata è riservata ai musulmani e la vista è sbarrata da appositi paraventi, configurando la moschea come uno spazio altro completamente separato dal caos del mondo profano. Chi può entrare invece ha a disposizione ben più di uno spazio per la preghiera. Sui tappeti che coprono le sale interne, non è raro sbirciare madri sdraiate con i propri figli, o anziani che conversano appoggiandosi alle colonne dei cortili. La moschea sembra anzi l’unico spazio in cui possano incontrarsi categorie altrimenti difficili da vedere in altri luoghi pubblici.

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Poco lontano dallo spazio della religione, lo spazio della cultura. Le madrase, scuole coraniche antesignane delle moderne università, per secoli hanno raccolto studenti da tutto il mondo arabo. I loro cortili oggi sono vuoti, mentre la luce gioca con gli smalti delle ceramiche che ne ricoprono i muri. Eppure, è al riparo delle loro pareti che, per secoli, si sono svolti quegli scambi di pensiero fondamentali per conservare e generare filosofia, poesia, matematica e geografia.

Ma non solo religione e cultura. Grazie ai fondachi, lo spazio del commercio per secoli ha fatto incontrare i mercanti provenienti dai due grandi mari nordafricani, Mediterraneo e Sahara. A metà strada tra un magazzino e un albergo, queste strutture erano pensate per alloggiare piccole carovane e ospitare lunghe giornate di contrattazione tra commercianti, permettendo di fare affari senza che fosse necessario uscire per le strade cittadine.

Oggi il Marocco offre uno dei rari spiragli che da occidente abbiamo per guardare un oriente vicinissimo a noi. Camminando per le strade delle città, a prima vista sembra di avere a che fare con un intrico incomprensibile, complesso come uno dei tantissimi tappeti esposti per le strade. È sforzando lo sguardo che se ne intuisce il vero volto: una città che per farsi conoscere chiede, con un po’ di coraggio, di attraversarne le tante porte strette.

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The Meeting Place

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Little Hunter Street hosts a temporary art installation called “The Meeting Place”, as part of the Laneways: By George! Hidden Networks project. This colourful, narrowed laneway encourages participation and interaction by pedestrians walking through this urban space. The laneway connects Hunter Street to a shopping arcade, located below a skyscraper called Australia Square.Read More

INTEGRAZIONE DI SPAZI URBANI

CityLife si propone anzitutto come un pezzo di città fruibile da chiunque. E’ parte attiva di un generale processo di trasformazione cittadina, è un parco urbano attrezzato di nuova generazione. La storia del verde pubblico milanese, così come i progettisti per il nuovo parco CityLife, portano a scavalcare il recinto, a considerare il paesaggio come un giardino collettivo nella consapevolezza che “dare oggi alla parola giardino un significato riduttivo, comprensibile solo all’interno di barriere che delimitano il privilegio in un territorio abbandonato al degrado è inaccettabile dal punto di vista sociale, etico e morale” (M.Vercelloni, “Giardino, Parco, Paesaggio”- Allegato a Casabella n.808, dicembre 2011, n.12/2011). Uno spazio permeabile ed accessibile, dunque, al cui interno ci sia la possibilità di movimento libero. La permeabilità deve essere espressa in quanto requisito visivo, deve essere percepibile la presenza di strade e sentieri e in quanto requisito fisico, il fruitore deve avere la possibilità di esperire il luogo, attraversandolo.

Le soluzioni proposte implicano la rimozione delle barriere e dei recinti presenti che impediscono e rendono difficile l’accesso alle aree pubbliche e lo studio per migliorare gli accessi alle aree di interesse del parco.

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ATOPOS. STORIA DI UN NON LUOGO

Un non luogo, all’interno di un luogo. Questa è City Life vissuta secondo il nostro sguardo, attraverso occhi giovani e inesperti.

Ogni giorno ci troviamo a contatto col diverso, idee in conflitto e visioni comuni spesso mancanti. Il contrasto è evidente laddove non c’è dialogo, per cui è l’istanza del singolo a prendere sopravvento e ad imporre la propria visione. Il dialogo, nel processo di formazione della città, riveste un ruolo fondamentale, in quanto porta all’armonia degli elementi. In sua mancanza il confine tra l’una e l’altra parte di città è netto, spesso stridente. Concependo in tal modo il progetto come contrasto di pubblico-privato, abbiamo analizzato le sfumature che esso assume all’interno e nell’immediato intorno di City Life, ritrovandoci a vivere il contrasto, immersi in un non luogo dai tratti forse nostalgici. Uno spazio abitato dalle ombre dei passanti, che solo di sfuggita assaporano la nuova architettura, poche sono le panchine o gli spazi di riposo e il quartiere si chiude ai suoi pochi utenti. Tuttavia una tale visione atopica del quartiere può trasformarsi in un messaggio di speranza per il futuro: bisogna avere il coraggio di guardare al di là dell’insuccesso, dall’altra parte di un muro ove sorge un enorme cantiere. Molto è ancora da costruire e forse, per mezzo del dialogo, City Life un giorno potrà stimare di essere un Luogo.

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ph. Simone Sala

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ph. Andrea Rigato

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ph. Andrea Rigato

 

Giulio Minoletti

Giulio Minoletti, laureato al Politecnico di Milano, fu un pioniere, negli anni ’50, dell’inserimento dell’elemento acqua all’inteno dell’architettura urbana e nel design d’interni. In mostra sono stati proposti alcuni prototipi di mobili tratti da schizzi inediti dell’architetto e realizzati da Cristiana Minoletti e Alessandra Alliata.

Muovere le acque è un motivo costante nell’opera di Giulio Minoletti. Fin dai primi progetti il tema dell’acqua ritorna con continuità, declinato in vari modi nell’ambito di un attività che va dai progetti a scala urbana all’architettura di edifici pubblici e privati, dal design all’allestimento di interni. Da architetto, Minoletti considera questo elemento naturale un vero e proprio materiale da costruzione, un nodo centrale del progetto, un dato distributivo e un limite fisico e ideale dei suoi componenti. Nel tempo il rapporto con l’acqua diventa sempre più intimo e  necessario. L’acqua si presenta sotto forma di fontane, stretti canali, piscine, laghi, mare aperto. In ogni ambiente, urbano o rurale, lacustre o marino, Minoletti indaga e sperimenta le straordinarie potenzialità per il miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, in una felice sintesi tra Natura e Artificio. Questa mostra è un omaggio alla grande passione di Giulio Minoletti per questo elemento naturale, oggi sempre più prezioso, che seppe trasformare in un dato caratteristico dell’intero suo lavoro di architetto.

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Grand Hotel del Mare di Bordighera (1963/1967)

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‘Casa per uno scapolo’ Vaerenna, lago di Como (1941/1945)

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Piscina per Ettore Tagliabue, Monza 1951

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Piscina per Ettore Tagliabue, Monza 1951, scultura di Antonia Tomasini

 hallexpostudio.it

Melting Street, Pola

Interessante il lavoro di Elisa Vladilo a Pola, in Croazia, visto su Elle.it , dove un’anonima strada è diventata un “opera” sicuramente da andare a visitare. Melting Street (questo il nome del lavoro) ha coinvolto anche i cittadini di Pola, che si sono ritrovati a verniciare la strada con rulli e pennelli sotto la guida dell’artista.
L’evento è stato organizzato con la collaborazione dell’associazione culturale MMC Luka e la sponsorizzazione di Sandtex (che ha fornito i colori).

elisavladilo.it
via Elle

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