Giocare su un ponte? Forse si può (ma non a Genova)

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“Non vogliamo solo rifare velocemente il Ponte Morandi, ma anche renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovino, possano vivere, giocare, mangiare”. È l’ultima dichiarazione del ministro Toninelli a proposito del futuro Ponte Morandi, che riprende una proposta alternativa per la ricostruzione del viadotto: invece della struttura leggera proposta da Renzo Piano, l’architetto Stefano Giavazzi ha proposto una complessa struttura in acciaio che dovrebbe ospitare uffici, ristoranti, parchi, pannelli solari e, in cima a tutto, un parco (oltre, ovviamente, alle corsie dell’autostrada). Contro Toninelli si è subito alzato un coro di critiche, che si domanda chi mai farebbe andare a giocare i propri bambini in mezzo al ponte di un’autostrada. Ebbene, c’è chi lo fa. E anche con un certo successo.

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A Turbin Bridge in Amsterdam

La sua struttura rotante costituisce di fatto una vera e propria architettura dinamica, un movimento fluido tra due aree storiche della città di Amsterdam.

Turbin Bridge non è soltanto un collegamento tra due sponde del fiume Amstel. L’idea del progettista – Adam Wierciński dello studio DWAWU – è quella di far diventare un’infrastruttura uno spazio multifunzionale di socialità; un tecnologico mulino ad acqua che riflette simbolicamente il lifestyle ecologico di Amsterdam.

Ruotando infatti per lo scorrimento dell’acqua del fiume, la mega-turbina genera l’elettricità sufficiente al funzionamento della struttura o accumula quella eventualmente in eccesso per il fabbisogno della comunità.

La sagoma ricorda quella di una clessidra, in corrispondenza del cui centro passano tranquillamente barche e battelli.

Il livello principale del ponte è uno spazio pubblico pedonale con percorsi ciclabili. Sono previsti anche caffè, negozi di biciclette e uffici amministrativi. Al piano superiore solarium e terrazze con giochi per bambini. Nel livello al di sotto dell’impalcato: sala macchine, motori della turbine e magazzini.

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Hovenring, the circular cycle bridge

The spectacular cable-stayed bridge in the Dutch city of Eindhoven (Netherlands), designed by ipv Delft, offers cyclists and pedestrians an exciting crossover. With its impressive pylon, 72 metre diameter, thin deck and conspicuous lighting, the cyclist roundabout is a new landmark for the city.

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Like a flying saucer, the steel bridge hoovers above the Heerbaan/Meerenakkerweg intersection, its impressive pylon marking the entrance way to the cities of Eindhoven and Veldhoven. There used to be a level crossing here, but the development of a nearby housing estate meant the intersection needed changing in order to cope with growing traffic. As Eindhoven City Council refrains from cyclist underpasses and didn’t want a level crossing roundabout either, they asked Dutch bridge specialist ipv Delft to look at possible solutions. A circular cable-stayed bridge soon appeared to be the best option.

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The structure. The bridge comprises a 70-metre high pylon, 24 steel cables and a circular bridge deck and is made out of steel. The cables are attached to the inner side of the bridge deck, right where the bridge deck connects to the circular counter weight. This way, torsion within the bridge deck is prevented. The M-shaped supports near the approach spans also ensure stability.

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The lighting design. Befitting Eindhoven’s identity as the ‘City of Light’ (Eindhoven is home to the Philips company), ipv Delft also made a lighting design for the Hovenring. One of its main elements is integrated into the circular deck. The space in between counter weight and deck has been fitted with aluminum lamellas, translucent sheeting and tube lighting, which results in a clearly visible ring of light at night. Together with the illuminated pylon, the ring of light ensures the bridge’s spectacular appearance at night.

The functional lighting is integrated into the railing, where LED-lighting illuminates the bridge deck and ensures facial recognition of the bridge users at the same time. Lights attached to a cable framework in between pylon and bridge deck and to the inner surface of the circular counterweight illuminate the intersection underneath.

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Henry Ripke: l’architetto dietro il ponte di Dresda

Quando vince il concorso internazionale per la progettazione di quello che sarebbe diventato il più controverso ponte in Germania, a Dresda, il Waldschlößchenbrücke, ha 36 anni. “Col mio gruppo non avevo vinto mai nessun concorso” ricorda l’architetto Henry Ripke al quotidiano tedesco The Local. “Fu una sorpresa e un successo inaspettato”.
Ci vogliono poi diciassette anni prima che egli veda l’opera terminata, tra le due sponde dell’Elba. In mezzo, tutta una serie di vicende politiche-istituzionali che hanno reso la storia molto complicata.

Il progetto e l’esecuzione dell’opera vengono da subito confermati con referendum popolare senza alcun clamore. I problemi emergono nel 2006 quando arriva formale protesta dell’UNESCO, a seguito della quale le autorità cittadine sospen  dono i lavori.
“Fu un vero shock” afferma Ripke “perché l’UNESCO era perfettamente informato sul progetto definitivo del ponte; alcuni dettagli erano stati anche discussi con loro. Non riuscivo a credere ad una loro improvvisa opposizione”.

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ph._mondo [via Il Post]

D’altra parte l’UNESCO non ce l’ha col design del ponte in sè; contesta la scelta di erigerlo proprio in quell’area sensibile, Patrimonio dell’Umanità. La preoccupazione è quella di deturpare per sempre la vista della Dresda barocca.
L’Alta Corte di Sassonia conferma nel 2007 la prosecuzione dei lavori ma i problemi non finiscono. Emergono alcune problematiche relative alla logistica del traffico al danneggiamento dei battelli. I lavori si interrompono nuovamente.
Ma è del 2009 l’ultima intimazione dell’UNESCO, che minaccia ufficialmente di espellere Dresda dalla lista dei siti tutelati negandole automaticamente lo stato di Patrimonio dell’Umanità.
La fine della storia la conosciamo dai giornali e dai tg: il 24 agosto il ponte viene inaugurato ma Dresda esce dalla lista UNESCO.

Ripke ostenta oggi grande sicurezza nel dichiarare di non aver alcun rimpianto in merito al suo progetto; “si erano messi in testa che lì un ponte non ci andava; anche la struttura più bella del mondo non l’avrebbero mai approvata” dice ai giornali.
“E’ stato condotto uno studio attento sull’integrazione formale del ponte nel territorio. La linea degli archi bassi riprende quella dei ponti più vecchi della città” dice Ripke, ricordando inoltre di essersi ispirato al famoso ponte di Dresda Blaues Wunder.

Ma quello che interessa davvero a Ripke (come lui stesso ricorda più volte) è la funzionalità dell’infrastruttura; l’utilità dell’attraversamento del fiume in quel punto e la fluidità dei flussi di traffico. In realtà questo sembra essere anche la posizione della maggior parte dei cittadini, che non si scompongono più di tanto dinanzi alle recriminazione dell’UNESCO.
Tutta questa baraonda non sembra neanche aver danneggiato minimamente la carriera di Ripke, che anzi continua a macinare incarichi di progettazione di ponti in Germania…