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Senza energia anarchica, l’arte di Blu muore

Senza energia anarchica, l’arte di Blu muore

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Ne parlano tutti i giornali. Blu, artista di strada, non sarà presente con le sue opere bolognesi alla mostra L’arte allo stato urbano, curata da Christian Omodeo e fortemente voluta da Roversi Monaco. Non sarà presente perché nel frattempo le ha letteralmente e come ormai tutti sanno, cancellate dai muri. Un gesto senza mediazione, l’autore distrugge la propria opera per evitare che venga consacrata arte proprio da quelle istituzioni d’arte che la street art nasce per combattere. Il gesto è radicale ma coerente, sensato e necessario.

L’arte di strada si nutre di trasgressione, di muri sottratti al grigio squallore di una periferia, di improvvise comparse tra la folla, di mistero intorno ai suoi autori, di esposizione al popolo, unico destinatario di un’arte che non chiede e non celebra, non attende di essere riconosciuta dalle solite chiese, perché nasce fuori da ogni ordine, ogni progetto, ogni mandato, ogni permesso, ogni autorità. L’arte di strada consacra i luoghi perché nasce per dare valore allo scarto, all’inappropriato, al reietto. Pensare di portarla dentro un museo a pagamento, significa privarla del suo afflato vitale, del suo respiro anarchico, della sua vita tra la gente. D’altro canto, come il mercato dell’arte sa bene, è il tempo che provvede a togliere questo respiro alle avanguardie: nessuna forma artistica rimane inaugurale per sempre. Poi entra negli immaginari, compare sulle copertine dei libri, nelle pubblicità dei grandi marchi. Il tempo e il mercato sono potenti consumatori di innovazione, prima ne succhiano la linfa vitale, poi ne decretano la fine. Quando il curatore Omodeo parla di traslazione patrimoniale delle opere di Blu al pari dei marmi del Partenenone nel British Museum di Londra e delle collezioni di etnologia nel Musée du quai Branly di Parigi, ci fa certamente sorridere. Tentativo disperato di giustificare l’assurdo. Lasciamo a Blu e ai suoi compagni un paio di secoli e poi ne riparliamo. Forse ora di allora sarà anche sensato riporre le loro opere in musei di vetro. Ma nel frattempo proviamo, anche attraverso di loro, a capire perché il tempo di certi musei è finito e per questo cercano di sopravvivere andando a rubare energia là dove ancora c’è.

 

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Le ultime immagini fanno riferimento ai subway poster di Keith Haring nel contesto originario (la metropolitana di NY) e poi all’interno del Brooklyn Museum. (photo © Jaime Rojo)

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