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Quito Papers: vita e morte dei grandi esperti di città

Quito Papers: vita e morte dei grandi esperti di città

Basta Le Corbusier, è il momento di una nuova Carta d’Atene. A redigerla sono stati influenti intellettuali attivi sui temi delle città: sociologi come Saskia Sassen e Richard Sennett, architetti come Richard Burdett, il presidente di UN Habitat Joan Clos. E per presentarla hanno scelto Quito, capitale dell’Ecuador, dove l’anno scorso si è tenuta la conferenza Habitat III delle Nazioni Unite e in cui è stata presentata la Nuova Agenda Urbana. Nascono così i Quito Papers, ambizioso lavoro che intende andare oltre il modello modernista della Carta d’Atene e proporre una nuova idea di città.

Un breve documentario racconta in anteprima i contenuti della pubblicazione. Già dallo stile richiama Urbanized, famoso film dedicato alla città: mentre i guru urbani espongono la propria visione della città del futuro, appaiono riprese delle principali metropoli mondiali; scene vivaci, di spazi pubblici frequentati e strade trafficate, si inframezzano a panorami e riprese dall’alto, mentre musiche eteree fanno sentire lo spettatore infinitamente piccolo di fronte alla maestosità della macchina urbana contemporanea.

Nel frattempo, i quattro autori raccontano – al chiuso, vicino ad un pianoforte Steinway – come dovrebbe essere la città del futuro. La visione è semplice e ambiziosa. Una città aperta, in cui possa accadere qualcosa per persone differenti in momenti differenti. Attenta a togliere potere al mercato per renderla un luogo più giusto per tutti. E ben progettata, si capisce: il design urbano è cruciale per rendere vivo un luogo. I Quito Papers propongono pochi principi facilmente accettabili da tutti. E infatti, il documentario indugia sulla presentazione pubblica del documento avvenuta a Quito, in cui le parole di Sassen, Sennett e Burdett sono state ricevute con applausi scroscianti.

Verrebbe da indugiare su chi sta portando avanti questa nuova visione di città. Si tratta di quattro figure di punta degli studi urbani, senza dubbio, indissolubilmente legate però ad una privilegiata sfera anglosassone che guarda e pensa il mondo da Londra e New York. Si tratterebbe di una polemica fine a sé stessa se non venissero in mente le parole di Jane Jacobs, che parlando di vita e morte delle grandi città americane già negli anni Sessanta spiegava che “i processi che avvengono nelle città possono essere compresi pressoché da chiunque. Anche normali cittadini che abbiano interesse possono fare ragionamenti induttivi e, ancora una volta, sono avvantaggiati rispetto agli urbanisti”.

Pur riconoscendo il valore degli esperti, accogliere le voci dei normali cittadini diventa ancor più rilevante oggi, momento in cui oltre metà della popolazione mondiale vive in città. O meglio, in quegli agglomerati che ogni giorno ricevono definizioni nuove: postmetropoli, città infinita, megalopoli, città globale. Secondo alcuni studiosi è il momento di parlare di urbano, più che di città: parlare cioè non (solo) di un luogo, ma piuttosto di un modo di vivere. Un modo di vivere che rende città un insieme di luoghi diversissimi tra loro: i central business district e le periferie informali, le villette suburbane e le residenze ad altissima densità, i quartieri iperconnessi e i villaggi senza accesso al digitale. Allora, se il futuro della città passa da luoghi così diversi, è qui che occorre cercare le nuove voci che ne sappiano raccontare l’oggi e immaginarne il domani.

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