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Quando la partecipazione è uno spettacolo prefabbricato

Quando la partecipazione è uno spettacolo prefabbricato

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Tra la Milano capitale della moda, delle apericene con musica live e delle serate alla pinacoteca e il suo incoronamento a nuova reginetta delle finanze europee, si intrapone in modo arrogante e autoritario il problema delle periferie. “Il Giambellino lo riqualifichiamo adesso” tuona il sindaco, che si scusa a nome di tutti per le condizioni in cui versa il quartiere e per gli anni di disinteresse delle autorità.

Già, perché negli ultimi venti anni il quartiere e come questo tanti altri, ha potuto contare quasi unicamente sulle proprie forze; il Giambellino dei fratelli Morlacchi, delle grandi riunioni della militanza armata milanese, degli operai tesserati PCI, dell’ospitalità nei confronti degl’immigrati del meridione, in un momento in cui tutto sembrava volgere per il peggio, tra gli altissimi tassi di morte per overdose e l’omertà della classe politica, ha cercato nel profondo di sé ed ha riscoperto l’importanza della condivisione.

È stato un lungo processo di presa coscienza della situazione e di riappropriazione degli spazi comuni, il passare dal “fai da te” al “fai con gli altri”, che ha portato ad una lenta rinascita che è passata attraverso pranzi sociali, piccole opere di ristrutturazione degli edifici, l’apertura di spazi di ritrovo dove poter fare due chiacchiere dopo una giornata di lavoro o dove vedere un film, l’autogestione di un intero condominio.

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Così, alla sempre crescente domanda degli abitanti di tornare ad abitare (e quindi costruire) il proprio quartiere e alle richieste di nuovi fondi per poterlo fare, l’amministrazione ha risposto con un piano di riqualificazione da 85 milioni di euro approvato nel febbraio del 2016 con l’accordo tra Comune di Milano, Aler e Regione Lombardia che oltre alla risistemazione di alcuni stabili promette di dare un supporto economico a start apps e servizi di sussidio alla comunità.

Un processo, però, mastodontico che passa attraverso operazioni invasive come la demolizione dello stabile di via Lorenteggio 181, la ristrutturazione edilizia degli edifici di via Giambellino 150 e via Sereni 3, il recupero di 240 alloggi sfitti e bonifiche dell’amianto.

Progetto che ha trovato l’opposizione di molti anziani che dovrebbero subire due traslochi nel giro di pochi anni, di occupanti abusivi che temono di restare nuovamente in mezzo ad una strada o di chi teme che dopo le demolizioni i cantieri si arrestino. Gli abitanti restano scettici anche nei confronti dei progetti, così detti, a supporto dell’intervento sociale che vedono come una risposta parziale e superficiale ai loro bisogni partecipativi e che ha come presupposto l’idea che del sociale hanno le istituzioni e non i cittadini.

Chissà se l’intervento rafforzerà quella complessa ragnatela di rapporti sociali, bisogni e problemi qual è il Giambellino o se sarà il suo ennesimo imprevisto da affrontare. Certo è che la città modello quale vuole diventare Milano, fino a che tenterà di risolvere le emergenze abitative, il degrado delle periferie e i suoi alti tassi di criminalità, imponendo alla comunità grossi progetti scenografici, senza porre attenzione alle reali esigenze abitative, ma soprattutto senza porre il dovuto rispetto verso quanto finora fatto dai residenti, non sarà mai una città dei cittadini, ma forse solo una bella città, oppure una bella vetrina per i turisti e per lo ‘show business’.

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