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Proteste e disuguaglianza urbana: cosa sta succedendo in Cile?

Proteste e disuguaglianza urbana: cosa sta succedendo in Cile?

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È la seconda sera di coprifuoco, qui a Santiago del Cile. Il rumore di un nuovo cacerolazo – manifestazione di protesta al suono di pentole e tegami – si sente dalle finestre e dalla televisione, che teniamo accesa da venerdì e trasmette notizie in diretta ininterrottamente. Ogni giorno, il rumore si fa più intenso: partecipano sempre più persone, sfidano il divieto di uscire di casa e i militari nelle strade, protestano quartieri di diversa estrazione sociale. Le proteste continuano a coprifuoco iniziato, in tutta la metropoli. Proseguono nell’emblematica plaza Italia, nel mio quartiere di classe medio-bassa, in zone più ricche o più periferiche della città.

 

È una protesta trattata, finora, come un problema di ordine pubblico, da controllare limitando le libertà personali. Ed è una protesta urbana, che nasce da un aumento delle tariffe del trasporto pubblico ma ha radici più profonde, nella disuguaglianza strutturale del paese. Come santiaguino d’adozione da oltre un anno, come urbanista e ricercatore che lavora con mobilità urbana e inclusione sociale, sento la necessità di raccontare cosa sta succedendo in questo paese tanto lontano dall’Italia e il dovere di spiegare qualcosa degli squilibri sociali che stanno generando tutto ciò.

 

I fatti: una protesta che va oltre un aumento delle tariffe

La protesta di Santiago nasce come reazione ad un aumento delle tariffe annunciato nel fine settimana, solo due giorni prima che entrasse in vigore. I primi a protestare sono stati gli studenti delle scuole superiori, che hanno iniziato un blocco sistematico delle stazioni della metropolitana. Nonostante la presenza di carabinieri in assetto antisommossa, gli studenti hanno preso di mira diverse stazioni alla volta, scavalcando i tornelli o sedendosi sul bordo dei marciapiedi. Venerdì le proteste si sono fatte più intense: il blocco graduale delle stazioni si è trasformato in una chiusura totale della rete metropolitana – orgoglio cittadino, trattandosi della rete più estesa di tutto il Sudamerica). La dichiarazione dello stato d’emergenza venerdì e il primo coprifuoco sabato sono stati gli elementi più evidenti di una pessima gestione politica della crisi, che ha solo peggiorato le cose.

L’insufficiente risposta dello Stato ha generato ulteriore malcontento, dato che ha contemplato troppo tardi la possibilità di un passo indietro e si si è concentrato su atti di vandalismo isolati (incendio di autobus e saccheggi a supermercati) invece che sulle domande sociali dei manifestanti. Dichiarando di “essere d’accordo con tutto ciò che sia ragionevole economicamente”, finora le istituzioni hanno dimostrato di non riuscire ad intercettare il malcontento diffuso della cittadinanza. Un malcontento che è sempre più trasversale e unisce tanto le zone benestanti come i quartieri più poveri della città. Per questo, nonostante i militari mandati a pattugliare le strade, le manifestazioni sono proseguite con più forza, estendendosi a quasi tutto il paese.

 

Vivere e muoversi in una città segregata

In un contesto disuguale e con un costo della vita in continua crescita, l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico è forse stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un aumento minimo delle tariffe – 30 pesos per viaggio, meno di 4 centesimi di euro – incide in modo decisivo sulle finanze delle famiglie più povere, che dipendono dai trasporti pubblici e già normalmente devono destinare una percentuale rilevante del proprio stipendio mensile per i trasporti: quasi la metà del reddito, nel caso dei gruppi meno abbienti. Perché però muoversi è così importante a Santiago?

Santiago non è solo una grande metropoli con oltre sei milioni di abitanti, ma è anche una città strutturalmente segregata. È il risultato sia di politiche della dittatura, sia di dinamiche del libero mercato. Grazie ad uno sviluppo immobiliare sregolato e alla disponibilità di infrastrutture come autostrade e metropolitane, la città è andata espandendosi e il centro si è gradualmente spostato verso est, dove si concentrano i quartieri benestanti e i posti di lavoro. Invece, i quartieri più poveri si concentrano soprattutto a sud e a ovest, risultato del trasferimento forzato con cui la dittatura ha rilocalizzato intere comunità povere ai margini della città. Tutto ciò oggi si riflette in almeno tre aspetti:

1.       Muoversi a Santiago è indispensabile. In una città in cui le maggiori opportunità si concentrano nella zona orientale, un gran numero di abitanti giornalmente deve compiere lunghi spostamenti per andare da casa al proprio posto di lavoro e viceversa. Il 59% degli spostamenti che ogni giorno avvengono in città dura oltre un’ora. La classe sociale determina però come ci si sposta: quasi la metà degli spostamenti delle persone di classe alta avviene in auto, mentre per le persone di classe bassa prevalgono i viaggi a piedi e con i mezzi pubblici.

2.       Muoversi a Santiago è complicato. La mobilità a Santiago è un’esperienza profondamente diversa, in base al gruppo che si considera. La classe alta si sposta perlopiù in auto, approfittando delle molte autostrade urbane della città e uscendo raramente dal settore est della città; capita anzi che ragazzi all’ultimo anno di liceo si trovino ad utilizzare la metropolitana per la prima volta proprio per andare a visitare l’università in cui vorrebbero studiare. Il resto della popolazione invece si muove in altri modi, perlopiù con i mezzi pubblici o, per chi può, in bici. Spesso ha bisogno di uno o due autobus prima di poter arrivare alla stazione di metropolitana più vicina, utilizzando una rete sì efficiente ma allo stesso tempo congestionata, soprattutto nel caso degli autobus che si trovano bloccati nel traffico cittadino. La città che si sposta in auto su brevi distanze e quella che si muove con i mezzi pubblici da un capo all’altro della metropoli vivono esperienze diverse, che raramente giungono a toccarsi.

3.       Santiago è Svizzera e Angola allo stesso tempo. Per una serie di riforme amministrative promosse dalla dittatura militare – creazione di nuovi municipi, autonomia fiscale, attribuzione ai comuni di servizi come educazione e salute (in parallelo ad una profonda privatizzazione) – i municipi in cui è divisa la città di Santiago sono entità autonome e profondamente diverse. In quelle più ricche, il reddito è vicino ai livelli della Svizzera. In quelle più povere, il termine di paragone è l’Angola. La realtà di chi vive in queste zone è diversa non solo per le risorse a disposizione di ciascuna persona, ma anche per il denaro che le istituzioni possono investire in servizi e spazi pubblici. E la disuguaglianza non è solo un fenomeno socioeconomico, ma si riflette anche nel modo in cui persone di classe differente vivono spazi ed esperienze totalmente diverse nella stessa città.

Questa differenza spiega non solo perché un aumento delle tariffe abbia generato una reazione così forte, ma fa anche capire che la classe alta e la classe medio-bassa vivono in mondi paralleli. Mondi in cui sono diversi l’istruzione ricevuta, i servizi sanitari a disposizione, le pensioni accumulate nel corso di una vita. La scuola è forse l’esempio più lampante: secondo i risultati del test Pisa, nelle scuole pubbliche i risultati pubblici sono gli stessi del Messico; nelle scuole sovvenzionate, gli stessi del Portogallo; nelle scuole private, gli stessi della Finlandia. Non solo. La futura classe dirigente del paese studia in 9 – nove! – licei d’élite della capitale. In Cile, il potere politico ed economico è in mano a un gruppo ristretto della popolazione, che concentra la maggior parte delle risorse ed è responsabile delle decisioni che interessano la vita di milioni di persone. Allo stesso tempo, si tratta di gruppi con esperienze di vita totalmente diverse tra loro: una distanza che si riflette in dichiarazioni recenti dei ministri più esposti nella crisi in corso, che solo pochi giorni prima delle proteste suggerivano, ad esempio, di uscire più presto al mattino per pagare tariffe più basse – un po’ come suggerire, a chi chiede pane, di mangiare brioche.

 

Non si risponde alla disuguaglianza con l’esercito

Proprio per la profonda disuguaglianza sociale del Cile e di Santiago in particolare, colpisce che le proteste si stiano facendo sempre più trasversali. Colpisce, allo stesso modo, che il governo e i mezzi di comunicazione raccontino i fatti di questi giorni esclusivamente come un problema di ordine pubblico. Santiago si aggiunge a Quito, Hong Kong, Beirut e tutti quei luoghi che nelle ultime settimane sono stati teatro di forti proteste popolari, anche se per ragioni diverse. Del resto, è nelle città che le disuguaglianze si fanno più visibili e che il malcontento si esprime, in forme anche violente. E sempre più le città dovranno essere il luogo in cui imparare ad ascoltare lo scontento di chi si sente dimenticato o lasciato indietro.

Vedremo se e come lo farà Santiago. Per adesso, ormai è notte e sulla città è sceso un silenzio irreale, rotto solo da rumori improvvisi che farei a meno di sentire. Una brutale limitazione della libertà come il coprifuoco, le frasi allarmiste del governo e i generali in televisione, i video delle violenze e dei soprusi delle forze armate, sono tutti elementi che avrei preferito vedere in un film o un documentario. Quel che sta succedendo è una conseguenza diretta della disuguaglianza strutturale del paese, che diventa particolarmente visibile – e vissuta – nella città. Servirebbe un’analisi molto più dettagliata, ma forse non cambia il messaggio di fondo: è necessario un ripensamento radicale della società in cui viviamo– a Santiago, in Cile, forse pure in Italia. Una crisi come quella che stiamo vivendo qui forse da l’occasione di porsi queste domande e di tentare nuove, ambiziose risposte.

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