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Non c’è più l’Italia di una volta (me l’ha detto un colombiano)

Non c’è più l’Italia di una volta (me l’ha detto un colombiano)

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È la notte del 24 agosto 2016. Un terremoto – magnitudo 6, epicentro tra Amatrice e Arquata del Tronto – scuote l’Italia centrale. In uno dei borghi devastati dal sisma, nonna Lucilla si rialza, le pareti della sua casa le hanno miracolosamente permesso di uscire indenne. La sua dentiera invece è rimasta sul comodino, intatta. Nonna Lucilla scopre un buco che si apre sulla sua camera da letto e permetterebbe di raggiungere l’agognata dentiera.

“Giulia, me l’andresti a prendere?”, dice alla nipote, che è corsa fuori casa senza scarpe e coperta di polvere. “Nonna, qui crolla tutto e tu a cosa pensi? Alla tua dentiera?”.

Ascolto questo racconto nel corso di Habitandando, un workshop itinerante che ogni anno porta in Italia, per due settimane, studenti colombiani di architettura. Siamo al confine tra Abruzzo, Marche e Umbria. Qualcuno fa subito notare che l’aneddoto è una rappresentazione perfetta di quel che sta succedendo a queste terre d’Appennino. Non c’è più l’Italia di una volta. La crisi che colpisce il paese è una condizione permanente, che eventi come il terremoto contribuiscono soltanto ad accelerare. Eppure, come nonna Lucilla, pensando al futuro di questi territori si continua a cercare qualcosa che non solo è irrimediabilmente perduto, ma neppure è essenziale.

Qui cambia tutto, crolla tutto, e noi a cosa pensiamo per lo sviluppo dell’Italia? E cosa pensa un colombiano che invece viene qui in visita per la prima volta?

 

Noi pensiamo che era bella, l’Italia di una volta. Quest’estate persino la musica ce l’ha ricordato: i Thegiornalisti hanno recuperato le atmosfere musicali anni Ottanta per riportarci sotto il sole di Riccione, i Phoenix hanno direttamente ripreso le videocassette di famiglia per il video della loro Goodbye Soleil. Le immagini sono il tipico racconto vintage dell’Italia estiva negli anni Settanta e Ottanta. Lunghe giornate al mare, con legioni di ombrelloni a perdita d’occhio. Oppure grigliate in montagna, sullo sfondo di bar e alberghi dalle linee orgogliosamente moderne. Regioni come l’Abruzzo poi offrivano le due opzioni a soltanto un’ora di auto: nuotare guardando il Gran Sasso incombere sulla costa, o raggiungere vette appenniniche con lo sguardo rivolto all’Adriatico.

A guardare il litorale, non è cambiato molto. Le spiagge sono sempre piene di bagnanti, bambini in cerca di gelato e bagnini in cerca d’amore. Risalendo la statale del Gran Sasso invece il ritorno al futuro è brusco. Dalla strada quasi deserta fanno capolino le grandi strutture ricettive di alcuni decenni fa, deserte e aliene rispetto al paesaggio circostante. Le seggiovie non sono in funzione e dondolano solo al passaggio del vento. Alcuni rari escursionisti scendono dalla montagna, cercando di fare più in fretta delle nubi cariche d’acqua che stanno coprendo questo versante della montagna. Un temporale estivo fa saltare la corrente, il bar in cui ci ripariamo si riempie dei fumi della cucina. Siamo lontanissimi dalle cartoline felici di quarant’anni fa.

 

E un colombiano non l’ha mai vista, quell’Italia verso cui nutriamo tanta nostalgia. Nelle due settimane di Habitandando, i ragazzi conoscono facce diversissime dell’Italia: il patrimonio storico di Roma, Firenze, Amalfi e Pompei; la contemporaneità che si esprime a Pescara, Tor Bella Monaca e da poco anche nella stazione di Napoli Afragola; la ricchezza fragile e in declino dell’Appennino, anche dove i terremoti hanno soltanto sfiorato villaggi già in crisi. I primi giorni, i commenti suonano ingenui e divertenti, alle orecchie di un italiano: come quando, di fronte agli scavi archeologici di piazza Argentina a Roma, la domanda è se i resti incontrati nei lavori di costruzione della nuova Metro C debbano essere per forza conservati. Man mano però emerge un nuovo punto di vista su territori a cui siamo abituati e che forse per questo abbiamo smesso di riuscire a guardare.

Emerge lo stupore per le tracce di secoli di storia che anche il più piccolo villaggio appenninico porta con sé, con le immancabili chiese, mura e castelli; un patrimonio la cui gestione però spesso si scontra con campanilismo e paura per il cambiamento: ed ecco che non si riesce a valorizzare tanta ricchezza, non capendo come possa parlare in modo nuovo alle esigenze dell’habitat di oggi. Sono state però proprio le mille crisi che l’Italia ha attraversato nella sua storia a far emergere le molteplici culture e paesaggi di cui possiamo vantarci. E a ben vedere, Amalfi e Ravello, arrampicate sulle montagne a picco sul Tirreno, non sono poi così diverse dai quartieri informali di Bogotá e Medellin: stesse forme o quasi, stessa spontaneità, stessa tenacia nel voler dare a una comunità spazi per crescere e svilupparsi. Eppure, la Costiera è universalmente riconosciuta come un luogo bello, le comunas colombiane come ambiti da rigenerare il prima possibile.
La soluzione definitiva ai problemi di territori così distinti tra loro non esiste: non sta nascosta né sulle Ande, né sulle coste mediterranee. Sono però gli sguardi da prospettive inedite a poter dare elementi nuovi per pensare il futuro di città e territori che non riescono a vedersi diversamente da ciò che sono sempre stati. Proprio da questo scambio possono nascere nuove traiettorie di sviluppo, o almeno l’ingenua ma fondata speranza che questo possa accadere.

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