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Masdar e le altre: le smart cities del futuro erano solo un miraggio?

Masdar e le altre: le smart cities del futuro erano solo un miraggio?

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Masdar, la prima città smart e green pianificata dal nulla negli Emirati Arabi Uniti, potrebbe rivelarsi soltanto una delusione.

Per raccontare lo scarto tra visione e realtà senza troppi giri di parole, basta un confronto tra la presentazione ufficiale di Masdar sul sito del progetto e un articolo del Guardian, di quest’anno:

“Nel 2008, Masdar City è stata la prima ad imbarcarsi nell’audace percorso per sviluppare la eco-city più sostenibile del mondo. Grazie ad investimenti intelligenti, Masdar sta sviluppando un modello che permetta alle città di conciliare rapida urbanizzazione e consistente riduzione di energia, acqua e rifiuti”. Segue una rapida descrizione che menziona i punti forti del progetto: antiche tecniche della tradizione araba e tecnologie moderne, ventilazione naturale ed energia solare – o, nel linguaggio del marketing, tradizione e innovazione a servizio della sostenibilità.

Ed ecco come il Guardian racconta la realtà ad otto anni di distanza:

“La prima città sostenibile mai pianificata – il progetto di punta degli Emirati Arabi Uniti per diversificare un’economia basata sui combustibili fossili – potrebbe presto diventare la prima green city fantasma. Quest’anno – data prevista inizialmente per il completamento di Masdar – i responsabili del progetto hanno rinunciato all’obiettivo iniziale di costruire la prima città ad emissioni zero completamente pianificata. Masdar City non riuscirà ad azzerare le proprie emissioni di gas serra, non avvicinandosi neppure minimamente a quanto pianificato. E le autorità ammettono che Masdar non raggiungerà l’obiettivo nemmeno se venisse completamente realizzata”.

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Servirebbe guardare Masdar con i propri occhi, per poter confermare il fallimento di un progetto ampiamente celebrato. A quanto pare, non basta avere una grande firma (Foster & Partners, in questo caso) per garantire il successo di un progetto. Non basta innovare, pur in modo meritorio, introducendo tutte le tecnologie green e smart possibili e immaginabili – dalle auto a guida automatica ai sensori per regolare la produzione di energia. Non basta nemmeno avere i necessari capitali: né gli abbondanti finanziamenti delle petromonarchie al potere, né i guadagni prospettati dall’arrivo in massa di potenziali fruitori – che si tratti di abitanti, aziende, pellegrini o anche solo turisti. Insomma, per realizzare una città non basta un progetto che, per quanto affascinante, disegna soltanto una realtà chiusa in se stessa. E l’incosistenza di questi progetti sembra provata da tante altre iniziative simili, sparse in tutta la penisola arabica, che si stanno rilevando miraggi anziché solide realtà. Emblematica è la King Abdullah Economic City, in costruzione sulle sponde del Mar Rosso: la punta di diamante dell’economia saudita è oggi un semivuoto cantiere completato soltanto al 20%.

Negli ultimi anni, le città del Golfo hanno dato vita ad alcuni dei progetti più arditi che una città possa immaginare: grattacieli che ambiscono a raggiungere il chilometro di altezza; isole artificiali dalle forme bizzarre; o, più banalmente, strutture in cui poter sciare costruite là dove c’era deserto fino a pochi anni prima. La meraviglia suscitata da progetti tanto ambiziosi è riuscita a mettere in ombra alcuni aspetti meno trasparenti, come lo sfruttamento dei lavoratori impiegati nei cantieri (a meno di non ignorare direttamente questo aspetto, come faceva la compianta Zaha Hadid – noblesse oblige). E se invece il fallimento delle ambiziose smart city del deserto svelasse che il grande sviluppo urbano della penisola araba non era altro che un miraggio?

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