Il sultano e il campo di grano

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Nell’ultimo mese il grande progetto di Porta Nuova a Milano, quello del Bosco verticale di Boeri, dei grattacieli di Unicredit è tornato alla ribalta. Due le notizie negli stessi giorni: Hines Italia srl, promotore che sta realizzando l’intero grande intervento immobiliare e i suoi soci hanno ceduto l’operazione al fondo immobiliare del sultanato del Qatar, e al posto del grande parco centrale, la “biblioteca degli alberi”, è stato piantato un campo di grano.

Sulla stampa è stato dato ampio rilievo ad entrambe le notizie fra le pagine di cronache milanesi e quelle finanziarie. Due mondi diversi, quello dell’architettura e della costruzione di spazio pubblico e quello finanziario immobiliare che pochi commentatori cercano di mettere in relazione.

Eppure una relazione c’è!

Nell’immediato è stato raggiunto un obiettivo importante, per qualche giorno non si è parlato di solo Expo e Porta Nuova si è riposizionata come location urbana connessa ad Expo e come piazza finanziaria globale.

Ma proviamo a capire cosa sta succedendo e cosa ci fa un sultano in un campo di grano, a Milano.

Scena prima il campo di grano fra i grattacieli

Si sono affievolite le voci critiche sul bosco verticale, dopo la premiazione come miglior grattacielo residenziale al mondo, e pochi hanno osato scostarsi dal coro quando ai piedi del bosco, situazione di per se stessa surreale, in piena città hanno richiamato volontari e bambini festanti alla semina del campo di grano. Sembra che due situazioni surreali accostate siano ancora più cool di una soltanto, bisogna fare cose strane per farsi notare nell’agguerrita competizione globale delle metropoli avanzate. Milano si sta attrezzando ad essere la città più innovativa, più creativa, più attraente del mondo, per sei mesi, poi si vedrà cosa rimane.

Manfredi Catella, amministratore delegato di Hines Italia e ha colto due piccioni con una fava, con scaltrezza e acume non indifferente.

Il tutto nasce in realtà da un grave impisse, il solito italianissimo ritardo. Il parco previsto, la biblioteca degli alberi dello studio Inside Outside, non poteva venir pronto per Expo. Come quasi tutto il resto d’altronde.

Allora il colpo di genio, quello della migliore commedia all’italiana. Facciamo un campo di grano, temporaneo, per Expo, che bello. Immagina la stampa.Vuoi non fare un salto a vedere un campo di grano fra i grattacieli? I 20 milioni di visitatori di Expo si riverseranno sicuramente a passeggiare fra le spighe ammirando i bei grattacieli tutto attorno. Mai pubblicità fu così efficace.

Lo hanno già fatto a New York! Si ma nell’82, più di trent’anni fa.

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Agnes Denes | Wheatfield New York (1982)

 

 

Insomma se tutto va bene siamo in ritardo di 33 anni. Per arte e architettura non sono pochi. Il progetto dell’artista ungherese  Agnes Denes, “Whaetfield – A Confrontation”, rinascerà non sotto i grattacieli di Manhattan, ma fra quelli di Porta Nuova.

E meno male che la porta vicina all’area di intervento si chiama Porta Nuova, se si fosse chiamata porta Vecchia, sarebbe stato un disastro immobiliare.

Ad Huffington Post Manfredi Catella, amministratore delegato di Hines Italia, ha dichiarato: “nello scegliere questo progetto abbiamo voluto trovare un punto d’incontro condiviso con lo spirito del quartiere, che era popolare, ma che sta radicalmente cambiando (ndr i processi di gentrification già presenti prima dell’avvio del progetto sono stati fortemente accelerati dalla realizzazione di case di lusso). Prima di decidere come utilizzare lo spazio siamo andati a chiedere agli abitanti quali elementi volessero cambiare, e come. Da qui la scelta di Wheatfield, un’installazione perfettamente in linea con i valori di Expo: curare la terra, integrarla nella vita quotidiana”.

Si tratta di una operazione artistica? Forse è più una operazione sociale? No forse è mossa da una forte pulsione ambientalista. Una compensazione ambientale delle centinaia di ettari di campi agricoli cancellati dalla costruzione del sito di EXPO, dalle infrastrutture di accesso, dall’EXPO Village? Forse tutto assieme o forse nulla di tutto questo. Forse è tutto un camouflage, come il bando per coprire le opere incompiute di EXPO.

Il progetto riunisce ben sei fondazioni (Catella, Cariplo, Cometa, Feltrinelli, Invernizzi e Trussardi), costa 390.000 euro e rientra nel percorso di agricoltura urbana MiColtivo, a sua volta inserito nel progetto civico-culturale Porta Nuova Smart Community. Come in ogni progetto milanese, almeno da 10 anni a questa parte, ci deve essere per forza il “MI” all’inizio o alla fine (MITO, bikeMI, lavaMI,…….), e bisogna essere per forza SMART, a tutti i costi per essere al centro dell’attenzione (anche finanziaria).

Il tutto inizia con lo sversamento di 5 tonnellate di concime, e un “odor” di campagna che si sparge per la città, poi la festa della semina del 28 febbraio a cui erano presenti in tanti milanesi, dalle tremila alle cinquemila persone: abitanti del quartiere Isola, famiglie con bambini. Manodopera gratuita, come i volontari di EXPO, centinaia di bambini che non piantano alberi per la città, come 40 anni fa al bosco in città, ma spighe di grano temporanee fra i grattacieli invenduti e cari (dai 7 ai 13 mila metri quadri), grazie all’idea di un illuminato immobiliarista. I tempi sono cambiati.

E sono cambiati anche i tempi della natura. Hanno piantato un tipo di grano a crescita veloce, che permette di mietere a luglio e non in agosto, quando si prevede il massimo afflusso di visitatori di EXPO.

“A luglio ci sarà la trebbiatura e i milanesi saranno coinvolti in quel lavoro che facevano i loro antenati”, ha spiegato Guido Folonari di Confagricoltura sempre all’ Huffington Post.

Bene. Era ora che a Milano si tornasse a falciare il grano in città! Era dalla seconda guerra mondiale che non si faceva! Si quando sotto le bombe i milanesi avevano così tanta fame da coltivare il grano nelle aiuole di piazze e giardini, e così freddo da abbattere e bruciare gli alberi dei viali. Brutti ricordi. Non vorrei che fossero ancora più rinforzati dalla presenza di qualche politico il giorno della mietitura, con la falce in mano (ma senza martello) e il torso nudo al sole caldo di luglio.

Scena seconda il sultano del Qatar si compra un quartiere

Non è una novità, già nel 2013 il fondo sovrano QIA (Qatar Investment Authority), che controlla Qatar Holding, aveva acquisito il 40% dell’operazione immobiliare. Ma un paio di giorni prima della semina, la notizia del grande colpo: il fondo acquisisce il 100% dell’operazione e rileva le quote anche degli altri soci fra cui Unipol, Hines, il fondo pensioni TtiaaCref, Coima (famiglia Catella) che portano a casa un guadagno del 30% su una operazione difficile, in tempo di crisi, ricarichi impensabili per qualsiasi operatore immobiliare oggi. “E’ una delle transazioni più importanti a livello europeo – ha, infatti, aggiunto Catella in una dichiarazione rilasciata a Repubblica Economia e Finanza – ci sarà in futuro la possibilità di un ingresso di altri fondi sovrani in posizione di minoranza”.

Il valore complessivo dei palazzi attorno al campo di grano è di 2 miliardi di euro. Una cifra da manovra economica.

Il quartiere costruito dalle archistar di mezzo mondo, premiato e fotografato, simbolo suo malgrado della nuova Milano, amato ed odiato, è diventato di proprietà di uno stato che non brilla certo per libertà individuali, democratiche, e che gioca un ruolo non comprimario nel dramma mediorientale.

Non c’è nulla da temere, si tratta solo di affari! I fondi sovrani degli emirati fanno spesa in Europa e si comprano pezzi di città, cercando di posizionarsi nelle metropoli più dinamiche in un momento di profonda crisi del mercato immobiliare (eccezion fatta per Londra) a prezzi di saldo. E proprio Londra sembra essere il fulcro dell’investimento della straordinaria liquidità della finanza del Golfo, che punta, in coerenza con i dettami della finanza islamica, più su investimenti nel mondo dell’economia reale che a prodotti puramente finanziari.

Pochi giorni prima dell’operazione Porta Nuova, il fondo dello sceicco Abdullah bin Mohammed al Thaniha acquisito parte di CanaryWarf a Londra, il quartiere terziario finanziario costruito negli anni ’90 per duplicare la city di Londra, aggiungendo così un altro pezzo pregiato di Londra ai prestigiosi palazzi dei magazzini Harrods e al grattacielo Shard di Renzo Piano, già acquisiti precedentemente. Gli emirati investono sul lusso, uno dei settori che non hanno visto la crisi, che continua nonostante tutto a crescere, grandi hotel, a Milano il Gallia, e comprano grattacieli, forse per sentirsi un po’ più a casa. E’ arrivato per gli emirati il momento di diversificare gli investimenti, con il barile ai minimi storici di prezzo e con una riserva che va affinandosi e in pochi decenni va a scomparire, e di garantirsi nuove rendite, comprando pezzi di città, oltre che case di moda e squadre di calcio.

Due commenti apparsi sui quotidiani del 28 febbraio, sempre il giorno della semina, mi sembrano per ragioni diverse interessanti. Gad Lerner su Repubblica commenta: “La politica estera del governo italiano, di fronte a operazioni sul nostro patrimonio di tale entità, non può limitarsi a un semplice “benvenuti”. Quando vendi un pezzo di territorio, in gioco non è solo un’operazione finanziaria”. C’è qualcosa oltre l’investimento finanziario. Ovviamente c’è una strategia di potere, c’è un investimento nel cuore delle capitali finanziarie europee, la volontà di sedersi al tavolo dei potentati europei. A fronte di una debolezza dell’economia europea, che vende per sopravvivere in un mercato globale dove tutti vogliono comprarsi qualcosa di italiano. Una borsa o un quartiere.

Un secondo commento, curioso anche perché di Stefano Boeri, vicino a Catella e progettista del Bosco verticale, merita un di essere riportato. Boeri vede “un grande paradosso, che è anche un segnale di schizofrenia di questa città. Vendiamo a uno stato islamico un pezzo del nuovo centro, ma non sappiamo dare un luogo di culto ai cittadini milanesi di fede islamica”. Tra le righe oltre al paradosso si può leggere anche più maliziosamente il legittimo desiderio di costruire le nuove architetture islamiche della città. Da li dal golfo arriveranno più facilmente le risorse per una grande moschea a Milano.

A porta Nuova c’è ancora posto, c’è un buco enorme in cui doveva nascere un grande albergo, e poi c’è lo scheletro del palazzone di Ligresti bloccato da irregolarità e dalla sfortunata fine del re del mattone e vero mentore dell’operazione Porta Nuova.

Chi sa mai che mentre si festeggia la mietitura, sorga a qualcuno in mente l’idea che alla fine una grande moschea fra i grattacieli non ci sta neanche tanto male.

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ph. Christian Novak

 

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ph. Christian Novak

 

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ph. Christian Novak

 

 

 

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