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Il grattacielo più alto del mondo, a metà tra l’Isis e Dubai

Il grattacielo più alto del mondo, a metà tra l’Isis e Dubai

A metà strada tra l’Isis e Dubai sorgerà il grattacielo più alto del mondo. Annunciato qualche settimana fa dallo studio anglo-iracheno AMBS, i 1152 metri della torre si staglieranno nel cielo di Bassora, grande città dell’Iraq meridionale. Là dove era cominciata l’invasione di terra dell’Iraq, durante la seconda guerra del Golfo, oggi si progetta una costruzione che dovrebbe far impallidire titolati vicini come il Burj Khalifa di Dubai (828 metri, oggi grattacielo più alto al mondo) e la Kingdom Tower di Jeddah (1000 metri, ancora in cantiere).

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Le prime descrizioni del progetto sottolineano le sfide tecniche e l’innovatività del grattacielo. Lo spazio effettivamente utilizzabile arriverà all’altezza record di 964 metri, sormontato da un’antenna di quasi 200 metri. L’edificio sarà una vera e propria città verticale, in grado di soddisfare da sé il proprio fabbisogno energetico. Allo stesso modo, il grattacielo sarà in grado di offrire sia abitazioni che uffici, permettendo di accedere a qualsiasi servizio necessario utilizzando avanzati sistemi di trasporto verticale. Insomma, ci sono tutti gli elementi per fare del grattacielo un progetto avveniristico.

Insieme ai dettagli tecnici, arrivano alcune strizzatine d’occhio. Bassora, città vicina al leggendario giardino dell’Eden, ha il soprannome di Sposa del Golfo? Ecco che il grattacielo viene ribattezzato The Bride, la sposa. E può forse esistere una sposa senza velo? Ovviamente no, così che il velo diventa la lunga copertura in vetro e acciaio che copre una vasta area alla base dell’edificio, estesa per diversi isolati.

Fuori dalla macchina del marketing, rimane la realtà di una città irachena che, grazie al petrolio, sta vivendo un momento di grande sviluppo. The Bride non ha ancora né un sito di costruzione, né una data di completamento, ma, scrive il Guardian in un articolo sul progetto, “si tratta di una rara buona notizia in un paese invariabilmente associato alla violenza. Se vai a Bassora oggi, la gente vuole solo normalità. Vuole vivere la propria vita e giocare a calcio. Speriamo che un giorno tutto il Medio Oriente sia così”.

Certamente è una speranza condivisibile, che si ritrova anche negli entusiasti articoli che Dezeen e The Atlantic hanno dedicato al progetto. Ma nel momento in cui viene presentato the Bride, i cui finanziatori non sono nemmeno noti, dal nord dell’Iraq arrivano notizie su un ambizioso progetto di tutt’altro tenore: si tratta della ristrutturazione della diga di Mossul, sul fiume Eufrate, danneggiata (o forse no) dai combattimenti in corso contro il sedicente Stato Islamico. A occuparsi dei lavori di consolidamento è la Trevi, società di ingegneria italiana protetta da un contingente militare altrettanto italiano. La notizia ricorda la realtà di un paese ancora in guerra, ma soprattutto dà un esempio evidente degli interessi poco chiari in gioco sia nel nord che nel sud dell’Iraq. Le infrastrutture e i progetti immobiliari in corso non sembrano tanto interventi a favore di una collettività in pericolo o in cerca di riscatto dopo anni di violenze: al contrario, sembra di osservare un privato interesse (una sostanziosa commessa per la Trevi) raccontato come beneficio collettivo (a favore del martoriato popolo iracheno o dell’Italia orgogliosa delle proprie competenze tecniche). Nonostante un progetto ambizioso e molte dichiarazioni entusiaste, non vorremmo che qualcosa di simile accadesse anche in futuro, anche a Bassora, persino sotto il velo di The Bride.

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