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Expo(st). Il destino incerto di cucine, camere, uffici, tavoli e sedie.

Expo(st). Il destino incerto di cucine, camere, uffici, tavoli e sedie.

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E come in una fiaba il tempo si è improvvisamente fermato. Chiusi i cancelli, calato il sipario. Vuoto il decumano, silenziosi i padiglioni prima affollati. Come dopo una grande festa è rimasto impigliato nei luoghi l’eco dei rumori, l’odore dei cibi, il movimento della vita che per sei mesi è passata di là. È il destino delle esposizioni universali finire così, all’improvviso.

Lasciando una malinconia da circo, le immagini del giorno dopo sono suggestive. Arrivederci, grazie, ora si smonta. Forse è proprio questo tratto a rendere le esposizioni universali ancora così novecentesche. Legate alle cose, alla loro materialità che prima viene esaltata e poi diventa subito rovina. E scarto.

I padiglioni erano stati pensati tutti per essere smontati e portati via, ma il destino di tanti oggi è incerto. Cucine, camere, uffici, tavoli, sedie, panchine, lampade, cartelli… che fine faranno? Molti saranno smaltiti come rifiuti ordinari, alcuni saranno recuperati da associazioni a scopo sociale in una faticosa corsa contro i vincoli della burocrazia, altri verranno portati nei paesi d’origine. Ma si sa i costi di viaggio talvolta rendono più facile smaltirli come rifiuti.

E allora chiudo gli occhi e penso che dovremo immaginare in futuro un rapporto diverso con gli oggetti, lavorare di più con l’immaterialità delle cose, pensare di usare la natura che poi torna natura, concepire un’idea del riuso che si leghi alla vita dei luoghi e delle persone in carne e ossa. Una cucina per ogni scuola di Milano, le stanze da letto delle delegazioni ai dormitori pubblici e privati che accolgono i profughi….ma ex post le cose sono molto, molto più complicate da realizzare.

 

In evidenza, ph. Stefano Mirti

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