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Divieti sull’immigrazione e proteste in aeroporto: anche i nonluoghi hanno un’anima?

Divieti sull’immigrazione e proteste in aeroporto: anche i nonluoghi hanno un’anima?

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L’antropologo Marc Augé ha costruito la propria fortuna sul concetto di nonluogo: spazi talmente standardizzati e identici in tutto il mondo da non avere una propria identità e spersonalizzare chiunque ci abbia a che fare. Gli aeroporti, con strutture e rituali uguali in ogni paese (il banco del check-in, il controllo di sicurezza, il duty free, l’attesa al gate…), sembrerebbero il nonluogo per antonomasia. Eppure, la cronaca degli ultimi giorni racconta qualcosa di diverso. 

Da quando Donald Trump ha emanato il decreto presidenziale che limita l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana e sospende per tre mesi le procedure di asilo, gli aeroporti sono diventati la scena di un conflitto che tocca nel profondo non solo le vite di moltissimi individui, ma la stessa identità degli Stati Uniti come nazione. Non si contano le storie di famiglie separate all’ultimo da un funzionario doganale, o fortunosamente riuscite a ricongiungersi grazie a qualche solerte avvocato o deputato. E mentre si consumano queste personali tragedie, gli aeroporti sono diventati luoghi di protesta, dove centinaia di persone si sono concentrate per contestare un decreto ritenuto non solo ingiusto, ma contrario agli stessi principi di libertà e accoglienza su cui da sempre dice di fondarsi la democrazia statunitense.

Secondo Marc Augé, i luoghi sono identitari, relazionali e storici – ovvero, parlano a ciascun individuo definendone l’identità, configurandone i rapporti con gli altri e ricordandone le radici. Le proteste aeroportuali di questi giorni stanno rivendicando l’identità di ciascuno statunitense come figlio del melting pot, stanno ribadendo la mano tesa a quanti cercano un rifugio dalle guerre o soltanto migliori opportunità, stanno ricordando la tradizione di accoglienza già mostrata in passato con migranti ed esuli. Ed è proprio il nonluogo per eccellenza, l’aeroporto, ad ospitare una rivendicazione così forte dell’identità statunitense presente e futura. Dimostrando che anche lo spazio più spersonalizzato può diventare un luogo denso di significato, se scegliamo di abitarlo e, abitandolo, coltiviamo ciò che siamo.

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