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Dalla Fondazione Prada al Fuori Salone. Che cosa resta ai cittadini di Milano?

Dalla Fondazione Prada al Fuori Salone. Che cosa resta ai cittadini di Milano?

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Che le zone più periferiche della città abbiano valori e risorse da potenziare non lo scrivono solo urbanisti e sociologi illuministi. Da tempo lo stanno dichiarando con le loro pratiche e scelte localizzative i più vivaci attori economici. Quel fascino tutto novecentesco della periferia industriale, organizzata per grandi isolati, puntellata di monumenti al lavoro, di fabbriche facilmente riutilizzabili appare come l’ingrediente fondamentale di chi cerca non solo uno spazio meno costoso con ampie metrature, ma soprattutto un luogo che abbia un proprio sapore. 

Come spiegare altrimenti la scelta localizzativa della Fondazione Prada, nel settore urbano a sud dello scalo ferroviario di Porta Romana, fra corso Lodi, via Ripamonti e viale Ortles? Nata dalla trasformazione di una distilleria (la Sis) che risale ai primi anni del Novecento, dove si produceva il brandy Cavallino Rosso, reinventata dalla forza creativa di Rem Koolhas, è un luogo di eccellenza, degno delle grandi capitali europee.

Eppure colpisce l’assoluta mancanza di relazioni con il territorio circostante. La Fondazione non ha alcun elemento di riconoscibilità su strada (ad eccezione di una piccola targa in neon con il nome), né ha generato interazione e sinergie con il contesto. È un monolite, un masso erratico, una presenza muta che giace. Intrattiene relazioni sovra locali, certamente a scala nazionale o internazionale, ma la sua presenza nel quartiere pare accidentale. Paradossalmente è collocata lì proprio perché gode di un paesaggio urbano “periferico”, gioca sullo spiazzamento tra un interno raffinato e colto e un esterno meno pregevole. Persino la mediocrità dell’esterno pare funzionale ad illuminare la bellezza dell’interno. Il suo funzionamento, qui come in altre sedi urbane più centrali, avviene per sottosistemi separati, autonomi.

Il caso della Fondazione Prada e di questo modello insediativo “per recinti non dialoganti” non è isolato. Pensiamo all’apertura dell’Hangar Bicocca, ex Breda e poi Ansaldo, recuperato nel 2004 e destinato a spazio espositivo per l’arte contemporanea. Pensiamo al recupero delle aree della ex Caproni, azienda costruttrice di aeroplani, in via Mecenate, in parte utilizzate dagli studi Rai e spazio poliedrico aperto ad accogliere eventi, programmi televisivi, set, convegni, meeting. Pensiamo a Open Care, straordinario intervento di recupero e rivitalizzazione delle aree dei Frigoriferi Milanesi, oggi dedicato ai servizi per l’arte, alla promozione della cultura e all’integrazione tra spazi di impresa e spazi no profit.

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Un destino differente ha avuto la zona Savona-Tortona segnata dalla riconversione in zona creativa, che ha prodotto l’arrivo nel 1983 di Superstudio, nelle rimesse delle locomotive della stazione di Porta Genova e in una fabbrica di biciclette, progettato da Flavio Lucchini e Fabrizio Ferri. È qui che ogni mese di aprile si celebrano il Salone Internazionale del Mobile e il Fuori Salone. Una storia nota a livello internazionale e che ogni anni richiama visitatori da ogni parte del mondo.

Non è difficile riconoscere valore a questo evento cittadino, pur tra le critiche che ogni anno suscita e la crisi di molti dei settori collegati alla kermesse. Non è difficile riconoscere il cambiamento avvenuto in un quartiere periferico post industriale che ha saputo interpretare le spinte del tempo presente. Eppure c’è una questione politica – nel senso di rilevante per la polis – che non possiamo non formulare, in primo luogo a chi ha governato Milano, o si appresta a farlo.

Perché una delle capitali del design è così indifferente non solo alle forme della vita urbana ma anche più riduttivamente all’urban design? Perché lo sono i grandi marchi che in città operano? Perché si perpetua questa discrasia tra la cura degli interni e l’indifferenza per l’esterno? E infine, come è possibile che più di vent’anni di Fuori Salone che anima periferie in ogni parte di Milano, riabita luoghi abbandonati, mette in moto idee, creatività, energie giovanili, riesca ogni anno a chiudersi in un silenzio muto appena quest’evento è concluso?

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cover a lato | Lo chef stellato Yoji Tokuyoshi

 

immagini in ordine dall’alto

Fondazione Prada

Open Care – Frigoriferi Milanesi

Hangar Bicocca

Zona Tortona-Savona durante la design week

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