Città delle culture

Il concorso per l’assegnazione del progetto, bandito dall’allora assessore a Cultura e Musei Salvatore Carrubba con il direttore centrale Alessandra Mottola Molfino, premia David Chipperfield, stimando la proposta dell’architetto di fama internazionale la soluzione che “meglio risolve il rapporto tra nuovo e vecchio, senza dissonanze, ricercando i propri valori in un non facile contesto”. L’idea del progettista è in sostanza quella di recuperare la lunga cortina edilizia su via Tortona, dentro la quale ricavare con disposizione sequenziale gli spazi destinati al Museo archeologico, al Casva, al Laboratorio di marionette Colla e alla Scuola di cinema, con un colonnato in cemento aperto verso il lato interno e di costruire invece una parte nuova da dedicare al centro delle culture extraeuropee. Questo nuovo volume nasce per essere la vera e propria immagine distintiva dell’intero intervento, un grande corpo ondulato, polilobato, assolutamente in contatto diretto con la luce.

Un nuovo spazio destinato a tutte le culture contemporanee: sarà il cuore pulsante di un anello di edifici industriali riconvertiti.

L’edificio si mostra sostanzialmente fedele al progetto iniziale imperniato sulla ricerca di leggerezza dell’originaria imponenza del lotto attraverso la creazione del corpo centrale caratterizzato, in opposizione all’esterno dell’edificio senza aperture, dall’atrio completamente vetrato messo in opera con una particolare forma organica con sagoma ondulata, a riprendere il concetto di piazza coperta, attorno alla quale si apriranno le sale espositive di tagli diversi e modificabili in modo flessibile. Il volume, costruito in vetro acidato con superfici paraboliche, fungerà da lanterna per la città nelle ore serali. Costretta su tutti i lati da edifici e strutture nate nel tempo per necessità lavorative senza un previo studio urbanistico, l’architettura gioca sull’introspezione, filtrando lo sguardo del fruitore attraverso il contrasto tra linee e curve, le prime a protezione delle seconde, centrando il tema comunicativo sull’introflessione, sul raccoglimento quasi meditativo.

All’esterno dunque la struttura si può leggere come un allineamento di stereometrie squadrate interamente rivestite in zinco-titanio, atto di riverenza nei confronti del contesto industriale dell’Ansaldo. Questi corpi spigolosi e rigidi circondano, quasi a proteggerlo, il cuore dell’intervento, che pare sbocciare con linee di luce che disegnano la struttura quadrilobata dell’atrio di vetro opalescente. Un cristallo di luce, inaspettatamente flessuoso e dagli ampi respiri, introduce le retrostanti sezioni del museo, organizzate in cluster di sale rettangolari adiacenti che si susseguono in ordine gerarchico di grandezza, studiate per dare la possibilità di scegliere chiusure selettive degli ambienti e assecondare la rotazione delle collezioni a museo aperto, tutto ciò mantenendo la filosofia della continuità del percorso del visitatore.

A occuparsi dell’atrio centrale, delle facciate e di tutto l’involucro in generale Stahlbau Pichler con un team di ingegneri e tecnici impegnati su un progetto ambizioso, ma allo stesso tempo davvero appagante.

Saliti nel cuore del progetto quindi, si emerge in questo alto e luminoso corpo di vetro opaco, una sorta di fiore dalle forme fluide e accoglienti, snodo dei percorsi che di qui portano all’auditorium, agli spazi per le esposizioni temporanee, dove l’insolita altezza è illuminata dalla luce zenitale, intercettata da lucernari in copertura e integrata da lampade a regolazione automatica. Sempre partendo da quest’anima centrale è possibile recarsi ad altre sale destinate a ospitare piccoli nuclei delle raccolte etnografiche, pensati per instaurare di volta in volta un dialogo con le mostre di contemporanea che si terranno nelle aule contigue. All’ultimo piano, il bar e il ristorante, anch’essi vetrati e quindi pieni di luce.

La grande piazza interna in vetro sagomato, che definisce la sorgente dell’intero volume e s’innalza a lanterna polilobata dal centro dell’edificio, è l’unica forma organica del progetto ed è pensata per dare vita ad un ambiente protetto visibile dall’esterno, una vera e propria linea di demarcazione e definizione dell’introflessione che accomuna l’opera, la città ed il visitatore. La centralità di questo elemento unita alla refrattarietà visiva delle superfici esterne, rimanda all’introflessione dell’architettura della tradizione milanese, superando ogni inciampo nell’autoreferenzialità.

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ph. Oskar Dariz

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ph. Oskar Dariz

 

 

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