Bambini che camminano, che giocano sui monumenti di Ascoli

Bambini che camminano, che giocano sui monumenti di Ascoli

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Bambini che camminano, che giocano. Bianchi signori seduti sui gradini di una chiesa. Le biciclette sciamano fra le piazze che si disvelano. Con un paio di mani in più potrei contarci tutti. Non c’è rumore: la regola è un caldo brusio di voci che occupano qualche sedia al bar. Le strade che si districano dalla tela di ragno del centro sono silenziose, come l’ombra che avvolge la chiesa di San Francesco. Solo qualche nodo si divora il gorgo delle macchine. Qualche macchia di colore fra i volti, leggere sfumature leonardesche, gentili. È uno strano collage. Il palazzo di calcestruzzo, la pietra d’altri tempi, uno spaventapasseri in un parco giochi. In un angolo vedo tutti i passi che un giorno ho percorso, che un giorno percorrerò: il bambino che scala il sagrato, la madre che lo prende fra le braccia, i ragazzi che si trovano, i saggi che ricordano guardando dagli stretti confini della piazza. O forse che loro percorrono. Forse mi si chiede di essere solo un occhio, uno spettatore dal volo leggero, di passaggio. Questa è solo una visione. C’è un che di ovattato. Una favola tangibile, di regola. Le regole spesso sono difficili da seguire. Eppure non ho nulla da dire, talvolta ci si deve limitare a guardare. Un solo respiro in più potrebbe essere fatale e rompere questo piccolo equilibrio, meraviglioso. Meglio essere delicati. Ci sono persone che hanno dato tanto ad un luogo anche solo osservando da lontano, quando s’aprono i fiori notturni. In silenzio dunque continuo ad assistere. Città a misura d’abitante.

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