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Architetture parassite. Capricci estetici o strategia per densificare le città?

Architetture parassite. Capricci estetici o strategia per densificare le città?

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Il termine parassita legato all’architettura compare per la prima volta negli anni Ottanta nella ricerca “Le parasite” di Michel Serres, dove si allude all’annessione di corpi architettonici di nuova fattura in edifici e strutture urbane esistenti. Da qui, attraverso arte e architettura si sono avvicendate varie interpretazioni: Diller e Scofidio con un’opera esposta al Museum of Modern Art di New York interpreta invariato il tema di Serres; Korteknie e Stuhlmacher sul tetto di un magazzino di Rotterdam mettono in scena all’interno di uno spazio espositivo una serie di prototipi abitativi temporanei a piccola scala, a Hoogvliet, sempre in Olanda, attraverso la costruzione di tre architetture temporanee una scuola viene dotata dei necessari servizi.

E oggi l’architettura parassitaria può essere ancora considerata avanguardia un po’ irriverente che lavora con i materiali urbani del passato?

Forse si è trasformata in una strategia di valorizzazione immobiliare. Difficile attribuire valore estetico a molte delle operazioni in corso. Gli architetti del nostro tempo, dalle archistar ai progettisti meno illustri, sembrano cimentarsi in una densificazione concettuale fino a definire “riqualificazione architettonica” quello che in realtà è un’addizione, una stratificazione e una superfetazione di stili, di costruzioni e materiali che spesso vanno a minare l’edificato esistente.

Certo, con qualche distinguo. Herzog & de Meuron e il Museum der Kulturen Basel, Renzo Piano e la Fondation Jérôme Seydoux-Pathé, David Closes e il Convento de Sant Francesc, sono alcuni esempi tra i più noti per dimensioni, spettacolarità dell’intervento e nome del progettista. In questo caso le addizioni hanno assolto il ruolo di aumentare la spazio a disposizione nello specifico del museo o della fondazione, e in mancanza di suolo nelle vicinanze si è fatto ricorso a soluzioni “parassitarie”.parasite_03

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Ma è in altre situazioni, di minore risonanza ma di maggiore forza concettuale, che si evidenza la potenza della strategia come nel caso de La Rucksack House di Stefan Eberstadt, Casa Lude di Grupo Aranea, e Hearth of the District dello studio ZA Architects. Questi interventi, alcuni realizzati altri visioni future, ricorrendo a materiali leggeri, sistemi di ancoraggio, tiranti e tecnologie di aggrappo all’avanguardia, si ancorano a edifici esistenti enfatizzandone alcune funzioni. Essi propongono nuove modalità progettuali e abitative all’interno di un tessuto traboccante di costruito. Segnalando in modo sfacciato e senza remore la propria presenza.

Il risultato di questa strategia è un paesaggio pieno di sorprese, di contrasti, di volumi aggettanti e colori sgargianti che si stagliano dal tessuto preesistente. Capricci di qualche archistar? Eccessi di un mercato in crisi? Modo intelligente per valorizzare tessuti depressi? Basta tenere la testa alta e guardare in alto, per farsi un’idea….

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Immagini in alto (in ordine)

Museum Der Kulturen Basel | Herzog & De Meuron

Fondation Jérôme Seydoux-Pathé | Renzo Piano [ph. Freiner + Reifer]

Convento de Sant Francesc | David Closes [ph. Jordi Surroca]

La Rucksack House | Stefan Eberstadt [ph. Claus Bach]

Casa Lude | Grupo Aranea

Heart of the District | ZA Architects

 

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