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A Quito si decide il futuro delle città. Ma quanto è nuova la Nuova Agenda Urbana?

A Quito si decide il futuro delle città. Ma quanto è nuova la Nuova Agenda Urbana?

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A Quito si deciderà il futuro delle città mondiali per i prossimi decenni: tra pochi giorni la capitale dell’Ecuador ospiterà Habitat III, incontro su abitare e sviluppo urbano sostenibile promosso dalle Nazioni Unite. Al termine dell’evento, verrà adottata la Nuova Agenda Urbana, che nelle parole dell’Onu dovrà essere “un documento orientato all’azione, che definirà obiettivi globali per ripensare il modo in cui costruiamo, gestiamo e viviamo le città”. Un documento ambizioso, specialmente per il tentativo di rivolgersi indifferentemente a qualsiasi luogo del mondo – da Lagos alla Rust Belt, da Londra all’ultimo villaggio di pescatori di Kiribati. Cosa propone di nuovo la Nuova Agenda Urbana delle Nazioni Unite? Per scoprirlo, da qualche giorno è stato reso disponibile il documento che verrà adottato ufficialmente a Quito.

Quello che stiamo vivendo è ufficialmente il secolo urbano. Come sa qualsiasi matricola di Urbanistica o un qualunque spettatore dei documentari National Geographic, da qualche anno la maggior parte della popolazione mondiale vive in città. Secondo l’economista Edward Glaeser siamo al trionfo della città, luogo della collaborazione tra umani che ne permette lo sviluppo e, già che c’è, contribuisce a renderli più felici. La Nuova Agenda Urbana coltiva questa immagine ottimistica, in cui tutto è urbano e tutti devono poter ricevere i benefici della vita in città. Il programma delle Nazioni Unite rilancia un’idea di città che offra a tutti abitazioni accessibili, spazi pubblici di qualità, trasporti efficienti, un ambiente di qualità, lavori e servizi aperti a tutti. Una città aperta a ciascuno, attenta alle differenze, in grado di offrire uguali, estensive opportunità a chiunque la abiti o si trovi anche solo di passaggio. Un’immagine somewhere, over the rainbow, in cui non manca nessuna caratteristica che le città ideali del futuro dovranno avere. Anzi, nel dubbio è stato inserito qualche obiettivo assolutamente condivisibile ma non esattamente urbano, come un rinnovato impegno contro le mutilazioni genitali femminili.

La Nuova Agenda Urbana immagina città in continua crescita, che si tratti di Amsterdam, Città del Messico, o della megalopoli del Delta del Fiume delle Perle. Nessun cenno alle città in decadenza, come Detroit. E nemmeno riferimenti alle città in guerra che un giorno dovranno fare i conti con la propria ricostruzione, come Aleppo. Anche ciò che sta al di fuori delle città rimane in secondo piano: l’agenda urbana lascia in secondo piano zone rurali e aree interne, secondo una strategia metropoli-centrica che continua quasi invariata da decenni. Ma soprattutto, rimangono fuori dal documento le persone che abitano le città e sono i primi artefici delle sue trasformazioni quotidiane. Nonostante si menzioni esplicitamente per la prima volta l’esistenza di un diritto alla città, la Nuova Agenda Urbana continua a immaginare interventi urbani orchestrati dall’alto, che cooperino solo eventualmente con cittadini, industrie, associazioni. E lo stesso incontro di Quito si svolgerà a porte quasi chiuse, con una rigidissima selezione dei partecipanti.

L’idea di città che le Nazioni Unite propongono dopo un difficile compromesso forse allora non è così nuova, nonostante l’entusiasmo con cui è stato presentato il documento. Non è molto diversa dal modello di sviluppo promosso già da tempo da grandi organismi internazionali, come la stessa Onu o la Banca Mondiale: un’idea che immagina le grandi città come unici luoghi di sviluppo, ma che rimane poco capace di interagire con le peculiarità locali e le traiettorie sempre diverse che possono definire un territorio. Al di fuori delle venti pagine che verranno ufficialmente adottate a Quito, il futuro delle città già oggi passa per molte mani: che si tratti di big come Google (pardon, Alphabet) e il suo Sidewalk Labs, di molteplici comunità che immaginano nuove azioni a partire da interessi comuni, di nuovi abitanti che approdano in città sconosciute e le fanno gradualmente proprie. Nonostante tutta la sua buona volontà, non sarà allora soltanto la Nuova Agenda Urbana a cambiare le città dei prossimi decenni.

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