IL KURDISTAN GUARDA AL RESTAURO ITALIANO

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di Cesare Feiffer

L’attività di restauratore e quella di studioso delle architetture del passato mi hanno portato recentemente nell’Irak del nord e precisamente nel Kurdistan, regione del medio oriente martoriata senza pietà per decenni da una dittatura feroce.

Il Kurdistan, del quale –confesso- prima della partenza avrei tracciato con fatica i confini geografici su una “cartina muta” (utilissima e ormai perduta forma di studio della geografia), è una regione tutt’ora poco conosciuta dall’occidente, e altrettanto lo è il popolo Kurdo.
Quest’ultimo (ma allo stesso modo quello turco, iraniano e siriano) ha subito tali e tante sofferenze ed atrocità da essere difficilmente raccontabili. I crimini, i delitti e le torture commessi sotto il regime di Saddam hanno portato ad un milione di morti su sette milioni di abitanti oltre a 188mila scomparsi e a fosse comuni di dimensioni sconvolgenti, bastava essere Kurdo per finire nelle carceri speciali per poi sparire nel nulla. Sono purtroppo innumerevoli le storie di dolore che hanno coinvolto (e coinvolgono tutt’ora in altri stati) i Kurdi. La maggior parte di questo, che non è esagerato definire un incubo, è sempre stato ignorato da noi occidentali.
Qualcosa si è saputo dell’offensiva del 1991, quando Saddam Hussein ha sferrato un attacco provocando l’esodo di un milione e mezzo di Kurdi verso l’Iran e di mezzo milione verso la Turchia. Le popolazioni inermi fuggivano a piedi sulle loro montagne, bombardate dagli aerei, dai carri armati iracheni, falciati da plotoni di fanteria. Centinaia di migliaia di Kurdi morirono durante quell’esodo. La stanchezza, il freddo e la mancanza di cibo produssero epidemie di diarrea, dissenteria e malattie infettive. Alla fine di aprile ‘91 i dati ufficiali dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati riportavano tra i mille ed i duemila morti al giorno tra i profughi accampati ai confini iraniano e turco; la maggior parte delle vittime erano bambini sotto i cinque anni di età ed anziani perché tutti gli uomini validi erano sulle montagne a fare i partigiani.
Qualcos’altro si è conosciuto circa le conseguenze dei bombardamenti chimici e con gas effettuati su villaggi e su paesi ad alta densità abitativa, i cui risultati sono oggi ancora in parte visibili. Per le strade di alcune città, infatti, si vedono giovani di 30 anni orrendamente sfigurati con le mani attaccate alle spalle: le braccia non ci sono più, bruciate dai gas del rais. Era il 16 marzo 1988 quando l’arsenale chimico del dittatore di Baghdad fu rovesciato sulla città kurda di Halabja; le vittime non furono solo 5 mila, come si è saputo dalle fonti ufficiali, ma almeno 8 mila perché molta gente morì successivamente proprio a causa di tumori e malattie del sangue.
Ma al di la di queste poche notizie l’Occidente non sapeva o non voleva sapere o, meglio ancora, non si voleva far sapere agli occidentali l’esatta dimensione del dramma e la precisa condizione del popolo Kurdo che spesso, volutamente, veniva (e viene tutt’ora quando si parla dei Kurdi della Turchia, della Siria e dell’Iran) descritto come etnia violenta di guerriglieri. E’ stato un dramma ignorato in modo vergognoso da tutti i nostri media e da tutti i nostri politici, forse intimoriti dal rischio di inimicarsi il popolo arabo e compromettere così le forniture di greggio con tutta la loro ricca filiera industriale. Sì, alcune notizie filtravano nel mondo occidentale ma pochi avevano il coraggio di riportarle per intero nella loro drammaticità.
Oltre all’eliminazione fisica del popolo, in quegli anni si realizzava anche un disegno di annientamento psicologico chiudendo tutte le università e gli istituti di studio così come tutti i simboli del passato e i riferimenti storici di quella millenaria civiltà, di quel popolo particolarissimo che ha origini indoeuropee e che risale ai Medi. Patrimonio storico, archeologico, librario, musicale e reperti antichissimi di inestimabile valore sono stati sistematicamente sempre sequestrati dal regime, trafugati, dispersi e solo in rari casi asportati e conservati nel museo di Bagdad.
Anche il patrimonio architettonico è stato devastato con opere di lucida e criminale follia; sono stati demoliti a cannonate alcuni monumenti di Arbil (la capitale della regione Kurda) analogamente a quanto è successo per le statue di Buddha in Afganistan. Ma ancor peggio si è cercato di Saddamizzare i monumenti più significativi demolendone le parti più rappresentative e ricostruendole con lo stile del regime, con un risultato che ricorre nella storia ed è l’emblema dell’ignoranza spesso e purtroppo non solo di un singolo dittatore ma di un ceto dirigente e politico.
Certo, le azioni contro il patrimonio culturale si collocano su un piano sicuramente diverso rispetto a quelle contro l’uomo ma le tracce fisiche di tali azioni sono ben visibili, manifeste e palesi. La mancanza di riferimenti alla “memoria” storica del popolo kurdo è presente tutt’ora sia con “lacune”, ossia mancanze nei villaggi storici, nei monumenti, nei musei e in quelle istituzioni deputate allo studio e alla comprensione del passato, sia con “superfetazioni”, tutte quelle azioni che hanno preteso di lasciare il segno architettonico del regime modificando e addizionando forme e strutture di antica origine.
Durante questo soggiorno ho visto i resti di villaggi rasi al suolo dalle ruspe del Governo Irakeno, ho visitato i siti bombardati dall’esercito di Saddam e oggi in ricostruzione, sono passato vicino ai paesi i cui abitanti sono stati tutti sterminati con il gas, ho capito come è difficile vivere senza scuole, senza ospedali, senza cibo e senza più famiglia. Molto mi ha colpito il racconto di uomini e donne che ora svolgono professioni di vario genere, che operano nell’industria, nell’artigianato, nell’amministrazione pubblica come professionisti, tecnici, ecc. che allora per sopravvivere hanno dovuto rifugiarsi sulle montagne, mangiare l’erba dei campi … e combattere per lunghi anni come partigiani. Ho parlato con professori costretti alla clandestinità e a lasciare l’insegnamento perché il solo loro cognome li condannava a morte, ho incontrato sensibili e colti direttori di musei e delle antichità che hanno sotterrato reperti per ripararli dalle furie del regime, ho visitato coraggiosi studiosi che stanno ricostruendo musei archeologici ora in estrema povertà. In tutti loro, e in molti altri Kurdi che ho conosciuto, sono presenti due anime: quella proiettata al futuro, nel quale hanno tutti molta fiducia, e quella dell’attaccamento al passato e alla tradizione culturale, che vogliono far riemergere dalle tenebre della sofferenza.
Le riflessioni a caldo che si possono trarre e che si riferiscono al nostro mondo di restauratori sono molteplici.
- La prima, ben rilevabile parlando con qualsiasi cittadino, è proprio quella di un popolo che ha vissuto decenni atroci, che ha perso in ogni nucleo famigliare genitori, fratelli, figli, la casa, il passato e che, pur non volendoli dimenticare, vuole lasciarseli dietro per dedicarsi al futuro sul quale tutti pongono una grande e positiva fiducia. E quindi un futuro che contempla assieme rinnovo e tradizione.
- Una seconda riflessione, che si connette alla precedente ma per molti versi ne è in contrasto, è quella legata alla volontà di ricostruire l’edilizia, le infrastrutture, i trasporti, le università e le scuole ma che sta portando, forse troppo in fretta, a sostituire alle città esistenti altre città senza però nessun riferimento a quelle del passato. Non ho capito se si è consapevoli di questo fatto, ossia se si tratta di una scelta precisa, un disegno urbanistico voluto, quello di sovrapporre il nuovo alle preesistenze, con una fede quasi futuristica, oppure se questa è superficialità e disattenzione per le architetture storiche, derivata dalla grande libertà che c’è ora nel paese. Se questa cioè è una pianificazione che vuole prescindere dal passato ridisegnando il presente o piuttosto si tratta di una conseguenza, che comporta lo “sviluppo” e il “progresso” pensato e voluto e gestito dalle immobiliari e dalle società di costruzione. Questa crescita un po’ casuale dei centri commerciali, degli alberghi, degli stabili per terziario e residenza, pare lasciata a se stessa; e sono proprio gli elementi rappresentativi di questa edilizia, perlopiù speculativa e dal linguaggio banale quali le pareti vetrate, le estese superfici metalliche, le grandi asfaltature di strade e viali, che costituiscono l’immagine della nuova città.
- Ancora, soprattutto nei centri minori, esiste un’estesa volontà di mantenere, accanto agli interventi delle grandi opere, l’elemento dell’autocostruzione e dell’autoristrutturazione che da sempre è caratteristica di quei popoli, i quali vogliono partecipare direttamente al processo edilizio della loro abitazione. I mezzi che il mercato offre sono estremamente arretrati così come i materiali, blocchetti cementizi e malta di cemento, che contribuiscono non poco a cambiare l’architettura tradizionale costruita a base di cotto e derivati.
Accanto allo sviluppo e a questo rinnovo (voluto o subito), che per ora è un fenomeno limitato perchè il paese è libero da solo sei anni, e quindi non ha imprese, non ha materiali e tecnologie, non ha tecnici e quadri per poter gestire ciò di cui necessita, convive, sia nelle autorità governative sia tra la popolazione, la volontà-necessità di ritrovare un rapporto con il passato, con il passato vicino e lontano e, in particolare, con il patrimonio architettonico e storico sopravvissuto.
E’ naturale che nei riguardi dell’evento catastrofico e distruttivo causato dall’atto bellico, analogamente a quello del sisma che ci ha colpiti di recente, si invochi, come reazione immediata, sia la strada che porta alla cancellazione e all’eliminazione di tutti i segni fisici e materiali che rimandano al dolore sia quella del riprodurre ciò che non c’è più (leggi “lacune” e “superfetazioni”). Il più delle volte questo avviene anche senza documentazione circa gli stati precedenti e basandosi su “ricordi” o immagini non precisamente definiti. In questi frangenti, si ripercorrono proposte e idee che risalgono quasi alle origini della disciplina del restauro: ci si chiede, ad esempio, se per il castello di Arbil sia legittimo eliminare le opere realizzate da Saddam e ripristinare lo stato antecedente o se si debba lasciarle come ulteriore storicizzazione. Analoghe considerazioni vengono avanzate per le opere demolite o bombardate, per le quali ci si chiede se sia legittima e fino a che punto la ricostruzione analogica dell’originale più antico o sia invece da conservare.
In buona fede ma per mancanza di specializzazione si ignorano, così facendo, due secoli di dibattito molto intenso, di elaborazione faticosa, di carte e documenti internazionali, di elaborazioni culturali e di indirizzi che il mondo del restauro ha maturato; così facendo si banalizza il problema costringendolo tra due estremi tra loro opposti penalizzando la ricchezza e l’articolazione di soluzioni che potrebbero invece essere trovate mediando in modo colto tra le diverse possibilità.
Particolarmente significative della natura e dell’intelligenza di quella popolazione sono le considerazioni che hanno fatto a tale proposito alcune alte cariche del governo regionale nel corso di un incontro ufficiale: “Riconosciamo di non avere le competenze di conoscenza e delle tecniche per affrontare restauri difficili e per prendere decisioni che sono culturalmente complesse, quindi, in questo settore, noi curdi cerchiamo la collaborazione di chi ha riconosciuta competenza del settore e ha l’esperienza per poterci affiancare nel restaurare il nostro patrimonio con la qualità che esso merita. Noi aspettiamo, non ci azzardiamo ad intervenire e agiremo solo quando saremo convinti che quella che imboccheremo sarà la strada corretta. In questo settore è facilissimo sbagliare e siamo consapevoli che da questi errori è impossibile tornare indietro”.
Questo è stato in sintesi il pensiero espresso da un leader politico locale in merito al restauro, ma è un atteggiamento che ricorre quello di riconoscere le proprie carenze e chiedere la collaborazione agli esperti per poterle superare; ed è segno di apertura culturale, di autocritica e di volontà di crescere farsi affiancare da alte specializzazioni e professionalità senza pretendere di sapere o vantando competenze che nel restauro sono subito smentite. E’ un Ministro questo (noi lo definiremmo Assessore regionale), che nella sua professione si occupa di tutt’altre cose e riveste un ruolo chiave per la sicurezza, questione che in quel paese, per ora, è il primo problema. Questo Ministro, tanto semplice quanto autorevole, tanto umano e amichevole quanto determinato e ferreo nella sua professione, ha vissuto 36 anni (trentasei anni!) tra le montagne e, come dice lui, ha passato più tempo con i suoi colleghi che con la sua famiglia, o quello che ne restava visto che il regime lo perseguitava. Pur non conoscendo il restauro ha avuto parole di grande sensibilità e saggezza, di apertura e di volontà di collaborazione e condivisione delle scelte, di ricerca per coaugulare intelligenze ed esperienze specializzate, riconoscendo competenza e autonomia di scelte, richiedendo tecnici, professionisti e operatori per intervenire sui monumenti con maggiore consapevolezza e migliore qualità.
Questo rispetto delle competenze, delle specializzazioni e del pensiero altrui, questa volontà di far riferimento alla cultura del restauro di un paese straniero, questa sensibilità di non voler intervenire se prima non si è studiato e approfondito l’argomento, questa modestia che è segno di grande autorevolezza, non farebbe male a molti nostri sindaci e amministratori, quando hanno a che fare con i beni culturali e quando s’improvvisano “restauratori” imponendo scelte e soluzioni; a molti di questi consiglierei un soggiorno prolungato sulle montagne del Kurdistan per riflettere un pochino prima di agire …

cesarefeiffer@studiofeiffer.com
[da rec 86-2009]



2 commenti

[...] Il Kurdistan Guarda Al Restauro Italiano [...]

Architettura in link dal 27 luglio al 2 agosto 2009 | Giuseppe La Bua.it added these words on ago 03 09 at 23:58

I hope this was a very interesting post thanks for writing it

hotspotshield added these words on ago 04 09 at 00:44



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