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Louvre Abu Dhabi, les mille et un ennuis. Mille e un guaio

Louvre Abu Dhabi, les mille et un ennuis. Mille e un guaio

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Così titolava qualche mese fa il suo articolo sul Louvre di Abu Dhabi, LibérationMuseo che  doveva aprire nel 2012, poi nel 2013. Ora pare possa aprire i battenti nel 2016. Quello che è certo che l’apertura della sede del Louvre ad Abu Dhabi è fonte continua di polemiche e di problemi.

La storia comincia il 7 marzo 2007, quando il Louvre di Parigi annuncia di voler associare il suo nome a un nuovo museo negli Emirati Arabi Uniti, con un accordo di 30 anni tra la città di Abu Dhabi e il governo francese. Il museo farà parte di un distretto culturale per il turismo di massa con hotel di lusso e luoghi di divertimento. Nell’area ci saranno anche altri musei, firmati da Foster Frank Gehry, Zaha Hadid, Tadao Ando.

La Francia si è impegnata a cedere il nome e il marchio “Louvre”, oltre che a concedere in prestito e a lungo termine centinaia di opere della propria collezione e a offrire la consulenza scientifica dello staff del museo per mostre temporanee nei prossimi trenta anni- 300 nel primo anno, 250 dal quarto anno e 200 dal settimo al decimo anno – e per quindici anni la Francia fornirà annualmente quattro mostre. Infine aiuterà il museo a creare una raccolta che andrà progressivamente a sostituire le opere dei francesi con una collezione propria. Gli Emirati Arabi Uniti si sono impegnati a versare circa 700 milioni di euro in trent’anni.. Inutile dire che il corrispettivo economico previsto sarà più che adeguato all’inestimabile valore simbolico dell’impresa.

La vicenda di Abu Dhabi ben si presta per porre alcuni interrogativi più generali. L’arte e la cultura sono quei tipici beni comuni che accrescono il loro valore solo se condivisi tra il maggior numero di persone; la circolazione di oggetti prodotti dall’uomo è stata fin dalle prime civiltà una delle più efficaci modalità di integrazione tra i popoli e di crescita delle culture. Dunque, anche in questo caso dobbiamo augurarci che, oltre che rimpinguare le casse dei ministeri dei beni culturali, la promozione dell’arte occidentale nei paesi arabi favorisca il dialogo e la reciproca conoscenza.

Tuttavia, la scelta francese mette in evidenza anche pericolosi rischi di una deriva mercantile nella gestione del patrimonio artistico pubblico. Se è vero che oggi sempre più aziende occidentali investono nei paesi orientali e mediorientali, non si può dimenticare che le opere d’arte non sono prodotti come gli altri, anzi, quello che le rende tali è proprio l’impossibilità di essere riprodotte, quindi di divenire definitivamente merci.

Siamo indotti a chiederci cosa siano le opere d’arte e chi ne sia il custode. Esse nascono dentro ad una comunità che ha saputo coltivare valori e significati, che si è rispecchiata nelle opere dei suoi artisti per trarne sempre nuova ispirazione. Sono legate al culto, alla sacralità di un luogo, di un paesaggio, di una lingua. Che cosa resta di quelle opere quando le allontaniamo dai luoghi e dalle comunità che le hanno generate? Cèzanne, Delacroix, Rembrant tra le palme e i petrodollari di Abu Dhabi sapranno ancora comunicare quel loro anelito ad uscire dalle convenzioni?

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