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Riprendiamoci l’architettura (e Ulisse)

Riprendiamoci l’architettura (e Ulisse)

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Possiamo smetterla di fare gli scandinavi? Arrediamo le nostre case comprando mobili Ikea. Poi li riempiamo con gingilli e decorazioni che prendiamo da Tiger. E questi oggettini cute ci osservano mentre al computer contempliamo l’ultimo progetto di Bjarke Ingels (BIG), ascoltiamo i Sigur Ros e spiamo le foto dell’ennesimo amico di ritorno da un viaggio in Islanda. Ci piace giocare a essere nordici, ma – sorpresa! – siamo e restiamo mediterranei. Abbiamo più cose da dirci (e da darci) con chi affolla il Mediterraneo. E non è solo questione di austerità o etica protestante. È un modo del tutto differente di vivere la socialità, che si riflette anche in una maniera di vivere gli spazi lontanissima dalla nostra.

I danesi parlano di hygge, un tipo di intimità che genera benessere: uno stile di vita che d’inverno si esprime al suo massimo, con tazze fumanti, maglioni con le renne e coperte di lana grossa sotto cui rifugiarsi. Gli svedesi invece hanno il lagom, un concetto che esprime una preferenza per le vie di mezzo: una sobrietà che può riflettersi anche in una semplice scrivania ordinata e forse ha nell’immaginario Ikea la sua espressione più potente. Entrambi i concetti, espressione dell’estetica scandinava, condividono una predilezione per ciò che è carino ed equilibrato. E chiuso. Sia hygge che lagom sono modelli che si esprimono bene nel chiuso di una casa, rifugiandosi nella propria interiorità, rifuggendo da una dimensione collettiva che è meglio guardare da dietro una finestra, al sicuro.

L’esatto contrario di ciò che è mediterraneo, insomma. Un mondo che nasce da premesse opposte rispetto a quelle scandinave: non la chiusura nell’intimità dell’hygge, ma lo scambio continuo e obbligato con l’altro, che si tratti di una relazione commerciale, una guerra o un semplice incontro nello spazio della città. La stessa cultura classica, sia greca che romana, nasce e cresce proprio uscendo dalle proprie comunità di origine, solcando il Mediterraneo per colonizzarlo commercialmente o battendo le regioni d’Europa per conquistarle (e non venite a citarmi la teoria secondo cui l’Odissea sarebbe ambientata nel Baltico: volete toglierci pure Ulisse?). Anche le forme con cui si esprime il Mediterraneo sono molteplici: non la sobria medietà del lagom, bensì una varietà capace di comprendere tanto le linee essenziali delle case delle isole greche quanto l’accumulo vertiginoso di mercanzie nel caos dei bazar.

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Mercato di Campo dei Fiori, Roma

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Water Market, Venezia

 

Quanto il Nord è chiuso, tanto il Mediterraneo è aperto.

Cominciamo a guardare un po’ più a sud allora. Potremmo cambiare l’Unione Europea per un’Unione Mediterranea, come immaginava provocatoriamente Houellebecq: Libano e Marocco al posto di Estonia e Slovacchia. O più semplicemente, abbassiamo la latitudine dei nostri riferimenti di architettura. Jan Gehl ha fatto fortuna spiegando come costruire città per le persone, utilizzando come esempi strade e piazze delle città del Sud Europa: dev’essere proprio un danese a dirci come pensare spazi in cui esprimere ciò che siamo noi mediterranei?

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